Le nostre torture in Somalia
Articolo tratto da da IL
FOGLIO, 13 maggio 2004
Milano. Le
fotografie delle torture nel carcere iracheno di
Abu Ghraib hanno un precedente italiano
nell'inchiesta condotta dal settimanale Panorama
nel giugno del 1997. Anche allora furono
pubblicate fotografie con immagini di soldati che
abusavano di persone tenute in custodia
dall'esercito occupante. I responsabili di questi
atti erano italiani, somale le vittime. Le foto
risalivano al 1993, ai tempi della missione di
pace Ibis in Somalia, ma lo scandalo scoppiò
quattro anni più tardi, quando il magazine della
Mondadori, diretto da Giuliano Ferrara, pubblicò
le foto e condusse una clamorosa e al contempo
sobria campagna giornalistica. A differenza delle
torture in Iraq, denunciate dall'esercito
americano e oggetto di un'inchiesta militare tre
mesi prima che la Abc mostrasse le foto, le
torture italiane in Somalia sono state scoperte
dalla stampa e le inchieste che seguirono non
hanno portato a nulla. Nessuno è stato
condannato, nessuno è stato allontanato, nessuno
è stato punito.
A ricordare la campagna di Panorama è l'allora
vicedirettore Umberto Brindani, oggi direttore
del settimanale Gente: "Nel giugno del 1997
si presentò a Panorama una agenzia fotografica
pugliese che ci mostrò l'immagine di un ragazzo
somalo nudo e sdraiato per terra, al quale alcuni
soldati italiani avevano legato mani e genitali
agli elettrodi. Accertammo la veridicità e
pubblicammo la foto". Panorama non sparò lo
scoop in copertina: "Fin dall'inizio non
abbiamo ceduto al sensazionalismo delle
immagini", dice Brindani. Una scelta che
accompagnò tutta la campagna, tanto che nel
mezzo del caos successivo, quando tutti si
aspettavano chissà quale altra copertina shock,
Panorama uscì con una cover sul centenario dello
scrittore Robert Louis Stevenson, dal titolo
"Ritorno all'isola del tesoro".
Al tempo della pubblicazione delle fotografie il
governo era guidato da Romano Prodi e il ministro
della Difesa era Beniamino Andreatta. Ma, a
differenza di quanto ha scritto recentemente
Claudio Rinaldi sull'Espresso, non fu una
campagna para-berlusconiana contro il governo
dell'Ulivo in carica, per un motivo molto
semplice: la missione Ibis nacque e si concluse
prima ancora della nascita dell'Ulivo (1992-94).
Il governo dell'Ulivo, invece, avviò inchieste e
commissioni di indagini ("formalmente fu
ineccepibile", dice Brindani) eppure tutto
finì "a tarallucci e vino", come
scrissero gli imbarazzati giornali della sinistra
a insabbiamento realizzato.
A quella prima fotografia ne seguirono altre. La
più orribile fu quella dello stupro di gruppo di
una donna somala. La foto mostrava alcuni soldati
italiani che introducevano una bomba illuminante
cosparsa di marmellata nella vagina della
ragazza. "Anche in questo caso non sbattemmo
la foto in prima pagina. La copertina di quel
numero era completamente nera, salvo il titolo
'Le nuove foto della vergogna'. Facemmo tutte le
verifiche, compreso un terzo grado all'autore
della foto, Stefano Valsecchi, che durò fino
alle tre del mattino. Nello stesso numero, però,
pubblicammo anche un altro servizio, con una foto
che mostrava un gruppo di somali uccisi sul bordo
di una strada. L'autore dell'altra foto, Stefano
Bertini, ci disse in un'intervista che erano
stati massacrati dagli italiani che si
divertivano a sparare all'impazzata dalle loro
jeep. Era una bufala, che scoprimmo solo qualche
giorno dopo. Andammo subito in televisione a
chiedere scusa. La settimana successiva il titolo
di copertina fu 'Verità e bufale', nei servizi
cercammo di spiegare che l'errore non doveva
inficiare la veridicità delle altre torture
documentate". Mentre la sinistra di governo
era in imbarazzo perché un po' non voleva
insabbiare un po' doveva difendere l'esercito, i
bertinottiani chiedevano giustizia a voce alta.
Brindani ricorda che Panorama fu duramente
attaccato da alcuni parlamentari di destra, in
particolar modo da Carlo Giovanardi, i quali
intendevano difendere l'onore delle forze armate
e si aggrappavano a quell'unica fotografia falsa
per smontare l'intero scandalo. Panorama
pubblicò anche una videocassetta, girata e
montata dagli stessi militari della missione
Ibis, nella quale non si vedevano atti di
violenza ma si notava l'atteggiamento rambistico
e il disprezzo per la popolazione locale di molti
dei nostri soldati.
Otto procure della Repubblica aprirono un
fascicolo d'inchiesta. L'Esercito avviò
un'indagine disciplinare, condotta dal generale
Francesco Vannucchi. La stessa cosa fece la
Procura militare, con il procuratore generale
Tonino Intelisano. Il Ministero istituì la
Commissione Gallo. Il Parlamento affidò
l'inchiesta a Libero Gualtieri. I due capi della
missione Ibis, Carmine Fiore e Bruno Loi si
autosospesero. Per un attimo sembrò che ci fosse
la volontà di andare fino in fondo. Successe il
contrario.
Le inchieste della magistratura ordinaria si sono
perse per strada. La Commissione dell'esercito,
col segreto militare, emise 12 provvedimenti
disciplinari, ma non si sa nei confronti di chi
né per quali abusi. La Procura militare, nel
1999, archiviò l'inchiesta per "omessa
esecuzione di incarico e violazione delle
consegne" nonostante l'accertamento di
"azioni inopportune, gravi disfunzioni e
sicure anomalie". La Commissione governativa
guidata dal compianto professor Ettore Gallo,
nella relazione finale di 114 pagine del 1998
scrisse di fatti "veri, verosimili o
quantomeno da riscontrare", ma concluse di
non avere, purtroppo, i poteri per farlo.
L'indagine parlamentare censurò "i
responsabili diretti" e chi aveva taciuto,
ma non fece nomi né individuò colpevoli. Fiore
e Loi furono reintegrati e poi promossi. L'unico
condannato è stato Valerio Ercole, il militare
che nella prima foto collegava gli elettrodi al
somalo. In primo grado fu condannato per
"abuso d'autorità" a 18 mesi. La pena
fu sospesa e in appello, nel febbraio 2001, il
reato fu dichiarato prescritto. L'America del
generale Antonio Taguba e di Donald Rumsfeld è
un'altra cosa.
Articolo tratto da da IL
FOGLIO, 13 maggio 2004
Altri links:
Articoli da ilariaalpi.it:
Primo
articolo
Secondo
articolo
|