I diari dei rifugiati di Angelina Jolie - unofficial website


Diario Russo di Angelina Jolie


Original version
Note finali e Appendice
Introduzione a cura dell'UNHCR

Revisione in corso


Martedì 19 agosto 2003

La sede delle Nazioni Unite presso il Canal Hotel di Baghdad in Iraq è stata colpita da un'autobomba provocando 22 morti tra il personale dell'ONU e almeno 100 feriti. (clicca
qui per maggiori informazioni) Sono sconvolta per un atto terroristico così insensato. Per la famiglia delle Nazioni Unite il 19 agosto è stato un martedì nero, forse il momento più cupo nella storia recente dell'ONU. Il mio pensiero va ai colleghi, alle famiglie che hanno perso i loro cari nell'attentato.

Mercoledì 20 agosto 2003

Mi hanno chiamata da Ginevra. Mi hanno chiesto se volevo riconsiderare la missione. Ho detto "No". Ci sono sempre state preoccupazioni per la sicurezza. Ora tutto si è intensificato. Tutti gli operatori umanitari si sentono particolarmente vulnerabili adesso che l'ONU è diventata un bersaglio in Iraq. Hanno detto che il mio programma è stato svelato.

"Alcuni se la prenderanno con te perché sei dell'ONU o perché aiuti i ceceni, pur sapendo che sei lì anche per il popolo russo. Estremisti arrabbiati non la vedranno così e sarai un bersaglio. Se ti vogliono trovare sarà più facile ora che il programma è trapelato. Possono arrivare molto vicino. Possono anche spacciarsi per la stampa". Ho risposto che volevo andare avanti con la missione. Ovviamente ho espresso il mio cordoglio per i loro amici. Cosa dire quando uomini come
Sergio Vieira del Mello vengono uccisi? Se non che il mondo ha bisogno di persone come lui, è una perdita per tutti che non sia più in vita.

Giovedì 21 agosto 2003

6:30 del mattino. E' un grigio mattino inglese. Sono rimasta in auto nell'ultima mezzora ripassando tutti i miei appunti. Cerco di far mente locale sulla situazione del posto. Perché c'è una violenza così esasperata e da così tanto tempo?
La prima guerra in Cecenia è esplosa alla fine del 1994, quasi 10 anni fa, con moltissime vittime tra i civili. C'è stato un breve periodo di 2 anni di relativa calma, ma il conflitto è ripreso nel 1999 e continua ancora. Gli attacchi terroristici sono molto frequenti oltre i confini della regione fino a Mosca (per esempio gli ostaggi al teatro di Mosca dell'ottobre 2002). Le missioni a cui ho partecipato prima sembravano estreme, situazioni di una certa importanza. Ero stupita quando ho letto che sono stata in zone dove la sicurezza è considerata in fase 1 e 2. Parti della Russia sono in fase 3 e 4. Se ci sono zone nella Federazione Russa così a rischio perché ne sentiamo parlare così poco sui giornali? Non intendo criticare nessuna organizzazione internazionale, l'ONU o il governo. Non conosco le risposte o cosa si possa fare, veramente. Di chi è la responsabilità?

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In aereo ho finito di leggere gli appunti. (clicca qui per una breve cronologia della crisi cecena)

Statistiche degli attacchi a operatori umanitari nella regione del Caucaso tra il 1995 e il 2002:

Omicidi/uccisioni (escluse mine): 11
Rapimenti/ostaggi: 29
Tentati rapimenti/ostaggi: 15
Attacchi mirati: 19
Aggressioni (anche sessuali): 15
Dirottamento di veicoli/cargo: 8
Rapine a mano armata: 20

I rapimenti sono molto diffusi nella regione. Secondo statistiche ufficiali circa 1807 persone provenienti dall'esterno della regione sono state rapite a partire dal 1994, a volte solo per qualche settimana, ma spesso per periodi più lunghi, fino a quando sono stati rilasciati o i loro corpi ritrovati lungo le strade. Questa cifra non include centinaia di ceceni anche loro vittime di rapimenti. Segue un elenco di alcune personalità di rilievo uccise o rapite:

Estate 1995: rapimento e uccisione di un operatore umanitario americano dell'International Organisation for Migration.

Dicembre 1996: uccisione di sei operatori umanitari stranieri del Comitato Internazionale della Croce Rossa.

Da luglio 1997 al 20 settembre 1998: Camilla Carr e Jon James,
operatori umanitari inglesi, lavoravano per l'organizzazione russa Center
for Peacemaking and Community Development.

Dall'8 marzo 1997 al 17 novembre 1997: Andi Chevalier, Pascal Porcheron, Laurent Molle, Regis Greves-Viallon, quantro operatori umanitari francesi dell'Equilibre humanitarian organisation, rapiti in Daghestan, vicino alla Cecenia.

Dal 3 luglio 1997 al 20 ottobre 1997: Andre Christopher, francese, membro di Médecins Sans Frontières (MSF).

Dal 23 novembre 1997 al 25 luglio 1998: Gabor Dunaiski e Isztvan Olah, due operatori umanitari ungheresi, fatti prigionieri.

Dal 17 dicembre 1997 al 9 febbraio 1998: cinque volontari polacchi, trasportavano medicinali, cibo e altri rifornimenti.

Dall'8 gennaio a giugno 1998: Daniel e Paulina Brolin, missionari svedesi rapiti in Daghestan, lavoravano per la Chiesa Pentecostale.

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Dal 29 gennaio 1998 al 12 dicembre 1998: Vincent Cochetel, francese, direttore dell'ufficio dell'UNHCR del Caucaso del Nord, rapito nell'Ossezia del Nord.

Dal 1 maggio 1998 al 13 novembre 1998: Valentin Vlasov, inviato personale del Presidente russo nella regione del Caucaso del Nord.

Dal 29 settembre 1998: tre inglesi: Darren Hickey, Rudolf Petschi e Peter Kennedy e il neozelandese Stanley Shaw, ingegneri, lavoravano per la la ditta di telecomunicazioni inglese Granger Telecom. I loro corpi sono stati ritrovati nella periferia di Grozny l'8 dicembre, decapitati.

Da marzo 1998: Gennady Shpigun, Ministro degli Interni russo. Il suo corpo è stato trovato in Cecenia nella primavera del 2000.

Dal 15 maggio 1999: Ribero Geraldo Cruz, neozelandese, ICRC, rapito nella Repubblica
Cabarda-Balcaria.

Dal 8 gennaio 2001 a febbraio 2001: Kenneth Gluck, medico americano di MSF.

Da luglio 2002 a dicembre 2002: Nina Davydovich, direttrice della ONG russa Druzhba, lavorava con l'UNICEF.

Il capo missione di MSF in
Daghestan, Arjan Erkel, giovane olandese di 32 anni, rapito il 12 agosto 2002, di lui non si è avuto più notizia (NdT: liberazione avvenuta l'11 aprile 2004 dopo 607 giorni di prigionia, clicca qui per il sito di MSF)


Il film sull'aereo è "Goodbye, Mr. Chips", non lo guardavo, non avevo le cuffie, ma si capiva che parlava di un professore e i suoi allievi durante la prima guerra mondiale. A un certo punto ho alzato lo sguardo perchè tre signore davanti a me hanno iniziato a parlare appassionatamente di quello che succedeva nel film. Penso che le giovani donne stiano spiegando il film alla loro madre. Uno degli studenti era tornato dalla guerra, ferito. Le tre donne piangono. Mentre scrivo che sono ancora in aereo c'è ancora il film e stanno ancora piangendo. Non mi sarei mai aspettata che tre donne russe si identificassero in questo film ma evidentemente è così, la guerra è uguale dappertutto. Immagino che stiano piangendo così intensamente perché pensano ai loro padri e ai loro fratelli. Stiamo per atterrare. Compilando il modulo della dichiarazione doganale spicca qualcosa. Fate una croce sui quadratini "si" o "no" se importate: armi (di ogni tipo) munizioni o esplosivi. Droghe e sostanze psicotrope, antichità, oggetti d'arte, materiali radioattivi, apparecchi elettrici in alta frequenza e radio o qualsiasi mezzo di comunicazione. Mi vien da ridere all'assurdità che qualcuno dica "si". Mentre atterriamo vedo dal finestrino una fitta foresta verde a perdita d'occhio. L'aeroporto è grigio, immerso nella nebbia e nella pioggia. Tutto in questa parte del mondo ha un aspetto opprimente.

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Mosca

Ho una riunione ufficiale in una sala dell'aeroporto. Mi dà il benvenuto Raymond Hall, Direttore dell'agenzia europea dell'UNHCR di Ginevra accompagnato da Jozsef Gyorke, ex diplomatico ungherese ora a capo dell'agenzia dell'UNHCR della Federazione Russa.

La Russia è il più grande paese del mondo con un territorio di 17 milioni di Km quadrati che si estende dall'
Europa al lontano est asiatico con 11 fusi orari (clicca qui per la mappa completa, altre mappe e informazioni sulla Russia e Inguscezia, Cecenia, Ossezia). E' un paese estremo, il 20% della Russia non è abitabile. Condizioni climatiche molto rigide per 7-8 mesi all'anno fino a -40 gradi sotto zero.

La Russia è il terzo più grande produttore di petrolio al mondo. Producono anche grandi quantità d'oro e diamanti. Quancuno dice "ci sono molti ricchi, ma molti, molti più poveri senza lavoro". Una popolazione di 150 milioni di persone. Ogni anno sono 1 milione in meno e il tasso di natalità in Russia è il più basso al mondo, hanno bisogno del ricambio della popolazione, ancora insufficiente, dei cittadini russi. L'aspettativa di vita è sotto i 60 anni. L'assistenza sanitaria è molto scarsa. L'istruzione è molto buona. La religione principale è la chiesa Ortodossa ma ci sono anche 20 milioni di musulmani. Il 100% dei ceceni è musulmano. Chiedo di Putin, del suo passato nel KGB. Poi mi fanno notare che il mio ex presidente George Bush padre era capo della CIA. Non sapevo cosa rispondere.

A Grozny in Cecenia non c'erano scuole fino a 10 anni fa. La popolazione cecena attuale, 1 milione di persone, è per lo più concentrata nelle zone meno colpite dalla guerra. La Cecenia è stata annessa all'Impero Russo ai tempi di Caterina la Grande alla fine del XVIII secolo, solo dopo anni di strenua resistenza. Durante l'era sovietica è stata unita all'Inguscezia e insieme formavano una sola Repubblica dell'Unione. Durante la seconda guerra mondiale nel 1944 Stalin, credendo che i ceceni aiutassero i tedeschi, ordinò la deportazione di massa di una gran parte della popolazione nella lontana Asia centrale. Mi hanno chiesto "Hai lasciato il bambino a Londra?". Ho risposto "si". "E' meglio così, dove andiamo è troppo pericoloso".

La nostra prima fermata è un ospedale per bambini. Siamo arrivati. Mi portano in una camera per incontrare il primario. Chiedo cosa hanno bisogno gli orfani e gli altri. "Abbiamo tutto quello che ci serve per il loro benessere e l'assistenza di base, ma non abbiamo soldi per vestiti o medicinali importanti". Il dottore è una persona straordinaria e cordiale. Sembra uno di quei grandi medici così grati di avere il dono di poter aiutare la gente. Il dottore parla della leucemia, il cancro del sangue, di quanto costa la cura. "Ci prendiamo cura dei nostri orfani. Ricchi o poveri per me è irrilevante fino a quando possiamo dare attenzione, cure e amore". Quando gli orfani hanno ricevuto le cure mediche sono mandati in una casa per bambini.

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Mosca. UNHCR / T. Makeva
  Ci portano in un reparto con 20 orfani. E' un vecchio ospedale, non fatiscente ma gestito in modo essenziale. C'è una camera piena di lettini. Soli nella stanza ci sono due bambini, uno di 4 mesi e l'altro di 6. "Alcuni sono abbandonati al reparto maternità. Altri lasciati sulla strada". Sono così belli, perfetti, dolci e piccini. Vivaci occhi azzurri con una soffice peluria di capelli biondi.

Incontro alcuni bambini orfani. "Ci sono tanti, tanti bambini abbandonati, molti di rubano per la strada. La prima causa è la povertà. La disperazione di molte persone viene dalla disoccupazione, dalla povertà, dall'alcool che li rende incapaci di essere genitori. Molti sono buoni genitori ma sono poveri".



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Mosca. UNHCR / T. Makeva
  Stiamo per entrare nel reparto leucemia. Ci sediamo sui gradini di marmo, appena entriamo ci danno dei copriscarpe di cotone fatti a mano. Vedo più infermiere, si avverte la tensione. Dal vetro posso vedere i bambini, per lo più maschi, direi da 10 ai 13 anni.

Ho smesso di scrivere un momento perché sono riuscita a incontrare due ragazzi. Uno era con sua madre e l'altro con la nonna. Sono ragazzi forti e brillanti, uno di loro diceva sorridendo che ha avuto delle complicazioni e che questo è stato il trattamento più lungo, ma "non è così male". Gli chiedo che cosa gli piace. "Mi piace la musica, quando esco voglio imparare a suonare il pianoforte".

7 del pomeriggio. Cena ufficiale

Erano presenti i seguenti funzionari del governo:

Yuri Fedotov, Deputato e Ministro degli Esteri
Igor Yunash, Primo Ministro, Ufficio Immigrazione Federale
Vladimir Parshikov, Direttore, Dipartimento Cooperazione Umanitaria e Diritti Umani,
Ministro degli Esteri

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Andrey Demidov, Primo Ministro, Umanitario Diritti Umani e Ministro degli Esteri
Vladimir Yakovlev, Consigliere, Umanitario Diritti Umani e Ministro degli Esteri

I rappresentanti russi includono Yuri Fedotov, Primo Ministro degli Esteri. Sono incantata dal palazzo. Fedotov spiega che non abita lì ma può farne uso per scopi ufficiali. Come americana, e una che ha viaggiato, questo è uno di quei posti di cui ho letto solo nei libri o visto nei film. Tutto sembra far parte di un museo. Mi devono chiedere di sedermi. Gli altri ospiti mi stanno aspettando, ma non sono sicura che possiamo sederci su quelle sedie. Inizio a capire che sarò molte volte stupita dalla Russia. E' un posto straordinario. La storia, l'architettura. E' una cultura così ricca. Quando entriamo nella sala da pranzo e dal momento in cui mi siedo, iniziando a parlare di guerra e di sfollati, ricordo quante volte questa parte del mondo è stata in guerra. Quante cene come questa hanno avuto luogo? Sento il privilegio di trovarmi qui come testimone dell'evento.

Parliamo di molte cose. Natalia Obukauskene è la nostra traduttrice a Mosca. Grazie a lei io e i funzionari russi possiamo capirci. Non ha mai l'occasione di mangiare. Nessuno smette di parlare. Si capisce che hanno molte cose da dire, per spiegare il punto di vista dei russi. Dopo un po' la mia testa fatica a stargli dietro. Sembrano brave persone. Parlano delle esigenze del popolo ceceno, di come negli ultimi 2 anni il governo ha lavorato con successo assieme a ONG cecene e ai civili e del denaro che viene messo da parte perché la gente possa ricostruire le proprie case. Dicono che un riparo è la prima priorità, poi, ovviamente, la sicurezza. So che per l'UNHCR la sicurezza viene prima di tutto. Ma mi rendo conto che è complicato. Tutti sono d'accordo anche sulla necessità di ricostruire totalmente le strutture per dare lavoro alla gente. I russi dicono che durante l'indipendenza' cecena non funzionava niente, "Andava tutto in rovina". Sono sicura che i ceceni direbbero che i russi hanno avuto la loro parte di responsabilita. Ma forse è la mancanza di aiuto esterno da parte della Comunità Internazionale. I ceceni meritano la loro indipendenza? Perché? Se si, chi dovrebbe aiutarli? Se no, come potranno mai accettare di essere cittadini russi, dopo tutto quello che è successo? E facendo parte della Federazione Russa saranno aiutati dai loro fratelli? Sentiranno mai la loro fratellanza? Possono entrambe le parti perdonare, dimenticare e costruire un nuovo futuro insieme? Queste sono le mie domande, alle quali so che non ci sono risposte facili.

Qualcuno dell'UNHCR parla dei rimpatri dei Balcani e della ricostruzione. Il ministro russo Yuri fedotov dice che non si può paragonare questa situazione ai Balcani, sono molto diverse. "Sono stati indipendenti. Noi facciamo tutti parte della Federazione Russa. I ceceni hanno la loro residenza nella Federazione Russa. Mi chiedono, quando domani andrò nei campi profughi, di "mantenere la mente fredda, neutrale". "Dicono che è peggio di quanto sia realmente". Mi dicono che molta gente vuole tornare a casa in Cecenia. Questa è una controversia di cui sono a conoscenza. E' un ritorno volontario o involontario? Nessuno può costringere la gente a tornare in condizioni tali da temere per la loro vita.

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Ma se si rende la vita insopportabile altrove e non hanno scelta questa si può considerare una costrizione a tornare indietro. Non dico che succeda questo, ma so che gli operatori umanitari sono molto attenti al problema e può essere questo il caso oppure no. Durante la cena portano delicati calici di cristallo. Prendiamo una sorso di Vodka. E ogni volta che bevo anche un piccolo sorso il bicchiere viene riempito. Cerco di non bere per rimanere lucida. La cena sembrava durare giorni.

Venerdì 22 agosto 2003

Mi sono alzata alle 6 del mattino per partire da Mosca e andare in Inguscezia. E' un bel primo mattino nella capitale. Viaggio con Raymond Bell dell'UNHCR. Bell viene dal Maryland, è di stanza nel Vladikavkaz da 8 mesi. Sulla via dell'aeroporto mi hanno parlato della chiusura dei campi. "Uno è stato chiuso il Natale scorso. C'è un campo con dentro 12.000 persone. E' il campo più povero. Poiché la vista delle tende fa impressione i russi vogliono chiudere il campo per dare il messaggio che le cose stanno migliorando. Hanno creato difficoltà all'UNHCR a sostituire le tende. Una settimana è possibile l'altra no. Poi ci sarebbe un divieto per le tende. Comunque sia la gente nei campi non ha ancora una casa dove andare. Le famiglie con uomini giovani sono le più preoccupate a tornare a casa. "Spariscono i giovani in Cecenia, irrintracciabili, semplicemente non si ha più notizia di loro. Gli inverni ceceni possono arrivare a -6°. Mi chiedono se riesco a immaginare come si sta in un tenda, non posso. Box tents, così si chiamano i
rifugi di cartone con tetti di plastica. Sembra orribile ma tengono più caldo e si possono smontare e spostare qualora il campo chiudesse.

MSF ha costruito case in Inguscezia, ma agli sfollati (IDPs) non è ancora stato permesso vivere li. "E le box tents?". Le autorità dicono che i rifugi di cartone non vanno bene per una sistemazione umana. Così non collaborano alla distribuzione nei campi. Ma tuttavia vogliono, ironicamente, che l'UNHCR li fornisca all'interno della Cecenia per far ritornare la gente. Apparentemente in Cecenia vanno bene. La popolazione dell'Inguscezia è solo di 330.000 abitanti più o meno. In una sola volta hanno accolto 250.000 ceceni, quasi quanto la loro intera popolazione. La costruzione di case in Inguscezia è molto lenta, grandi case per vivere con tutta la famiglia. Intere generazioni.

All'aeroporto un signore mi racconta del viaggio che ha fatto a Grozny 2 anni fa. "Completamente rasa al suolo, non ho mai visto niente di simile in vita mia". Non è il primo che mi dice questo di Grozny. "Non c'è più niente. La gente dormiva alla stazione. Avevamo la scorta con noi durante il viaggio. Ha avuto il benvenuto perché abbiamo sentito sparare". Continua dicendo di non credere che sia molto cambiata. Personalmente non capisco proprio come si possa tornare. Tornare a che cosa? Con quale sicurezza?

In aereo osserviamo le mappe (clicca
qui per la mappa del Caucaso del Nord). Il primo punto che viene indicato è Mozdok. "Questo è il posto dove poco tempo fa c'è stato un attacco dinamitardo all'ospedale militare. Il 1 agosto un solo attentatore suicida ha scagliato un camion attraverso i cancelli del complesso militare e ha detonato una carica esplosiva pari a una tonnellata di TNT. In 50 sono stati uccisi e 42 feriti.

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Il Caucaso è tra le montagne, che sono più estese delle Alpi. Il Caucaso del Nord è formato da Ossezia del Nord, Daghestan, Inguscezia e Cecenia. Il Caucaso del Sud è formato dall'Ossezia del Sud, ora parte della Georgia, dall'Armenia e dall'Azerbaijan. Dopo il crollo dell'Unione Sovietica, all'inizio degli anni '90, in questa regione sono scoppiate guerre civili. Chiedo quante guerre civili ci sono ancora nella Federazione Russa. Mi dicono: in Georgia, che era parte del'Unione Sovietica, ora indipendente dalla Russia. Ci sono 2 guerre che vanno avanti da 10 anni: in Georgia lungo la regione costiera dell'Abkhazia e in Ossezia del Sud, ci sono state guerre anche tra Armenia e Azerbaidjan, per il controllo del'enclave montano di Nagorno Karabakh, tra Inguscezia e Ossezia del Nord e infine in Cecenia e in Daghestan. Il campo di Bella è sulla stessa strada per Grozny. E' molto vicino al confine. Ieri a cena e in aereo mi hanno spiegato che in Russia le elezioni sono vicine. Il governo ha offerto 10.000 rubli a chiunque faccia ritorno. Questo è il denaro per la ricostruzione. E' allettante anche se non è sicuro. Il governo ha costruito appartamenti a Grozny e li hanno già occupati e adesso pensano ai rifugi temporanei come quelli di cartone. La gente nei campi è costantemente minacciata dal pensiero della chiusura dei campi. Tutti incluso l'UNHCR sentono che se la gente vuole andare a casa va data loro tutta l'assistenza possibile. La domanda è, se avessero un'alternativa di vita decente nei campi profughi, oggi, andrebbero davvero a casa?

Mi parlano della sicurezza. "La calma può essere molto ingannevole. Tu sei americana, molto in vista. Poco fa il governo degli Stati Uniti e l'ONU hanno dichiarato terrorista un leader ceceno. Quindi la sicurezza è un problema. Sappiamo che non vuoi nessun entourage quindi non si avvicineranno, ma sarà dura, ti preghiamo di capire che c'è un motivo".

L'Inguscezia è una sede di lavoro senza famiglia per l'UNHCR. La famiglia di Bill è in Macedonia adesso. Abbiamo una pausa contro lo stress ogni qualche mese ma", dice, "di solito sei così stanco che dormi tutto il tempo".

In aereo mi hanno mostrato delle foto di Grozny. Ho chiesto se potevo includerle in questo diario semmai verrà pubblicato.

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Atterriamo in un piccolo aeroporto in rovina. C'è solo un altro aereo sulla pista che viene rifornito. Mezzi del'ONU ci vengono incontro con i funzionari di Mytrantia. Dalla pista ci portano in una sala per una riunione di sicurezza. John, il consulente per la sicurezza di stanza a Mosca, ci fornisce tutti gli elementi di base per capire il posto. Rapimenti, mine e segnali di ordigni inesplosi lungo la strada sono molto diffusi in Cecenia. La maggioranza sono per la guida nelle zone residenziali "allacciare sempre le cinture, pericolo. Altra cosa il posto sbagliato nel momento sbagliato. Non possiamo fare molto di più per pianificare in anticipo la sicurezza". John consegna delle ricetrasmittenti al personale ONU. Questo mi fa pensare al personale che vive lì. Tutti devono passare per questa riunione e per una buona ragione.

Incontro Alexi un giovanotto che mi farà da guida. E' del posto ed è molto simpatico. Ricevo altre istruzioni da Azlan. Ora guideremo per 20 minuti in Inguscezia con una fermata di 5 minuti al confine con gli ufficiali, poi al campo di Bella. L'anno scorso un uomo nuovo è diventato Presidente dell'Inguscezia e le cose sono cambiate.

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Si chama Murat Zyazikov, ha fatto tutta la carriera nei servizi segreti, a vari livelli, prima di essere eletto Presidente d'Inguscezia il 28 aprile 2002. Lo incontrerò stasera.

Sull'autostrada di Kavkas gli alberi sono verdi e gialli un segno dell'autunno. Questa è la strada che va in Cecenia. Sembra così tranquilla. Passiamo un campo pieno di girasoli a perdita d'occhio. Ci sono anche tante mucche e vecchi rustici di mattoni rossi e tetti di lamiera. Raggiungiamo un posto di blocco dove molte auto sono ferme, un'anziana coppia è al finestrino che compila i moduli. Passiamo oltre ci fermeremo al prossimo confine.

Scendiamo e stringiamo la mano al Vice Primo Ministro, mi danno delle rose. Ovunque vada mi offrono bellissimi fiori, tutto il giorno di ieri e continua. Questo è un posto al mondo davvero ospitale, si vede che la gente è orgogliosa del proprio modo di dare il benvenuto agli ospiti. In questo posto le cose possono diventare molto ufficiali e sofisticate. Per lo scopo reale della mia missione capiscono che voglio solo arrivare ai campi profughi il più presto possibile. Ci fanno segno di proseguire.

Fuori dal finestrino vedo ancora grandi case, sempre modeste ma ben costruite dove intere famiglie vivono insieme. Donne e bambini ai lati della strada vendono, mi sembra, sacchi di cereali e fagioli secchi. Otto carri armati ci superano. Mi dicono che sono appena tornati dalla Cecenia.

Il campo di Bella

Al tempo della visita:

Il campo profughi di Bella è uno dei 5 campi tendati in Ingushezia. Circa 1.000 persone vivono nel campo in 150 tende di tela. Di recente questo campo è stato al centro dell'attenzione delle autorità che vogliono chiuderlo. Già alcune persone sono state sfrattate con la forza, hanno trovato rifugio in una vicina fabbrica abbandonata da dove sono state costrette ad andare via ancora. Alla fine hanno permesso loro di tornare nel campo.


Campo di Bella, Inguscezia. UNHCR / T. Makeeva


Queste persone si trovano dove l'UNHCR non è in grado di sostituire le vecchie tende perché i funzionari sono convinti che il campo va chiuso.

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In inguscezia e in Cecenia si parla la stessa lingua. Ci dirigiamo oltre il confine ceceno. In Inguscezia ci sono 200 insediamenti temporanei. La gente, molti con volti duri e austeri che rivelano cosa hanno affrontato, chiaramente provati da tutto quello che hanno visto.

Vedo un ragazzino, avrà 7 anni, con la pistola infilata dietro nella tasca dei pantaloni. E' con sua madre e porta una specie di secchio d'acqua. Ogni struttura che può fare da casa è occupata. Vecchi capanni, stalle, ecc. E' evidente che queste persone sono molto povere eppure sono loro che hanno accolto i ceceni. Ancora una volta mi ricorda come quelli che non hanno niente o quasi, i poveri, tendono a dare di più.

Entriamo nel campo, due polverosi villaggi di tende. Appena entriamo sembra di stare in una terra straniera. Solo le immagini possono descriverlo. Penso solamente "come può succedere una cosa simile?" I bambini corrono incontro alle nostre auto. Scendiamo e ci incamminiamo verso una tenda. Ci accolgono contenti di avere visite. E' tradizione cecena quando arriva un ospite di offrire il meglio che si ha in casa. Per loro il meglio sono piccole ciotole di legno con frutta e biscotti che hanno chiaramente tenuto da parte. Mi siedo vicino a due signore molto gentili, il tipo di donne che vorresti avere come nonna. Una dice che ha 7 figli. "Mio marito è stato ucciso nel bombardamento, vogliamo restare fino a quando sarà sicuro. La gente è preoccupata a tornare in Cecenia, preoccupata di perdere i propri figli. Siamo stati trasferti molte volte da quando abbiamo lasciato la Cecenia. C'è più tranquillità da quando siamo arrivati al campo. Prima avremmo avuto rifugi temporanei magari per poche settimane e poi saremmo stati buttati fuori sulla strada con niente. Non abbiamo molto ora, sono l'un l'altro". Ha sentito dire che taglieranno la poca elettricità che hanno qui (parte della sensazione di essere costretti a tornare). "Questa non è la prima volta che ci minacciano. Le tende perdono, i pavimenti sono marci. E' abbastanza caldo adesso ma abbiamo paura del prossimo inverno. Ma per quanto si sta male vogliamo rimanere, almeno qui possiamo restare vivi. Sappiamo che l'UNHCR ha nuovi rifugi di cartone che vanno bene e non possono darci. Conosciamo delle famiglie che sono tornate in Cecenia. Quando li hanno trattenuti nei centri di detenzione alcuni famigliari si sono persi". Vogliono farci sapere anche quanto sono grati al governo ingusceta.

Fuori ci incamminiamo verso un'altra tenda. Ci sono uomini armati. Nella nuova tenda un signore dice "Grazie per essere venuti". Vedo scatole di zucchero della Croce Rossa. "I mass media ci dipingono con la faccia di Osama Bin Laden ma noi siamo gente semplice. Io sono un padre. Siamo continuamente minacciati. Secondo la Costituzione siamo cittadini russi. Dovremmo avere uguali diritti. Quando torneremo a casa? Quando il Presidente Putin dichiarerà la fine delle operazioni in Cecenia? Questo era il campo più grande. Ora è il più piccolo per le minacce. Vi prego, se potete fare qualcosa, vi prego di chiedere alla gente di lasciarci restare qui al sicuro.

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Campo di Bella, Inguscezia. UNHCR / T. Makeeva
  La moglie spiega come vogliono farli ritornare in Cecenia, ma "là c'è la guerra". Mentre parla tiene a bada il bambino piccolo. Il più grande di 6 anni arriva a darle una mano. Per divertirsi hanno solo quello che c'è in giro per la tenda. Battono i cucchiai sulle tazzine e sui tubi. Parlano dell'elettricità e della luce per scaldare il cibo e la tenda. Anche se ci tagliano il gas e l'elettricità troveremo il modo di sopravvivere". La mamma si siede con me. "Siamo qui dal 1992. Siamo qui da 11 anni".

Suo marito incalza: "L'UNHCR ha i rifugi di cartone ma la Federazione Russa non ci permetterà di averli così quando arriverà l'inverno non sappiamo cosa fare per i nostri bambini. Vogliamo restare qui non tornare a Grozny, abbiamo paura, possono costringerci, non è sicuro".

Mentre andiamo via per la prossima visita, alcune donne iniziano a piangere. Circondano l'auto mostrando i loro bambini. Scoppio a piangere. Non perché sono poveri e tristi, ma perché mi sorridevano tutti, mi salutavano e mi ringraziavano per essere andata a trovarli.

Torniamo in macchina per andare al campo vicino. Tutti quei bambini piccoli. Il loro destino in questa vita è così ingrato. Sorridono e salutano ancora correndo dietro alla macchina. Così grati per una visita, per qualcuno che li ascolti, per riconoscerli solo.

La donna che mi aiuta a tradurre sorride. E' anche lei una sfollata. Ha studiato francese, inglese e legge prima di dover lasciare la Cecenia. Spera un giorno di finire gli studi in legge. Cose a cui non pensi con la guerra. Come la vita di ognuno si ferma di colpo.

Arriviamo all'altro campo ed entriamo in una tenda molto grande. Giovani uomini e donne sono giunti per una tradizionale danza cecena. Hanno bellissimi costumi molto elaborati. "Marso!" Significa pace e bene. Vogliono dirmi "Salve" con questo ballo. Ho caldo ma non voglio togliere il golf per i miei tatuaggi. C'è un ragazzo seduto vicino a me appena arrivato dalla Cecenia una settimana fa. Gli chiedo: "Sei contento di stare qui?" Si, dice "Siamo molto contenti di avere qualcuno che ci viene a trovare ogni tanto. Vorremmo conoscerci". Ballano. Non ho mai visto niente del genere in vita mia. Gli adulti nella tenda si commuovono, sono molto fieri di vedere dei giovani che portano avanti le loro tradizioni così bene.

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Non ho mai visto tanta energia. Vorrei che il mondo potesse vedere quello che vedo ora in questo momento. E' incredibile, affascinante. Ballano colpendo con le ginocchia il pavimento di legno. Il capo ballo ci porta nella sua tenda. Prima ci ringrazia per aver aiutato i ballerini. Sono lì da 4 anni. "Questi bambini sono cresciuti qui". Ci chiede di ringraziare il Presidente dell'Inguscezia che li ha aiutati ad ottenere i visti di un viaggio speciale a Praga per allestire uno spettacolo.

L'uomo dice di essere arrivato nel campo senza lavoro, ma aveva detto alle ONG "Posso insegnare danza", e l'hanno lasciato insegnare ai bambini. Poi qualcuno ha donato questi costumi. "Staremo insieme fino a quando Dio vorrà farci tornare alla nostra madrepatria". Gli chiedo del ritorno a casa "La mia casa è distrutta non posso garantire la sicurezza per la mia famiglia. Sulla strada di casa le persone spariscono". Ci offrono del tè e noi accettiamo. Ci danno del riso con un po' di zucchero, una gentile concessione del WFP. IL riso proviene dall'organizazione Islamic Relief e lo zucchero, l'olio e il sale dal WFP.

Una ragazzina di 13 anni aiutava a servire il cibo. Chiede pacatamente: "Pensate che io sia una terrorista come il resto del mondo?" Mi sento il cuore in gola. "Certamente no" dico, "Grazie" dice lei. Non voglio più scrivere. Voglio solo riflettere su quello che è appena successo.

Mentre lasciamo il campo penso ancora a quella ragazzina. Torniamo in città verso un insediamento temporaneo. Mi portano in una stanza, è come un capanno ma per 7 persone è una casa. "Dall'inizio della guerra in Cecenia niente cibo, niente di niente. Siamo venuti qui d'inverno. Abbiamo trovato alcuni garage vuoti e abbiamo chiesto alle famiglie del posto dei materiali per chiudere i buchi e fare un tetto. Le nostre case in Cecenia sono state bruciate. La cosa più importante è la scuola per i bambini. Qui avevamo un edificio ma è stato abbattuto. Non sappiamo cos'è successo. Ovviamente hanno perso molti anni in Cecenia. Quindi è stato difficile recuperare. Quando abbiamo lasciato la Cecenia pensavamo di poter tornare presto. Non possiamo ritornare in Cecenia soprattutto per i nostri giovani. Di notte vengono a prenderli". I bambini piccoli si raccolgono intorno a noi per ascoltare. Sono così educati e gentili.

Una delle donne più anziane dice: "Sono sicura al 100% che la scuola è stata distrutta apposta. Certa gente voleva mandarci via. I nostri figli non hanno niente nella loro vita eccetto la possibilità di studiare. Non c'è un posto per noi dove tornare. Possono abusare di noi. Mio figlio piu grande lavora in una sala caldaie. 1400 rubli al mese, circa 38€. La pensione dell'anziana signora è quasi uguale. Anche il ragazzo ha una pensione perchè durante la prima guerra ha subito un trauma. Ha perso l'80% della vista. In più l'anno scorso la madre del ragazzo ha avuto un tumore. "Abbiamo venduto orecchini, orologi e gli amici hanno chiesto aiuto. Siamo riusciti a raccogliere i soldi per l'operazione. Avevamo una brutta macchina ma era sempre qualcosa. E dei terreni in Cecenia. Abbiamo venduto tutto.

"Possiamo avere 10.000 rubli se torniamo in Cecenia. Soldi per costruire una casa. E' una tentazione perchè non abbiamo niente. Ma ancora non mi importa, niente vale la perdita della nostra vita. Il paese da cui veniamo in Cecenia è stato completamente distrutto." Mi offrono ancora una tazza di tè. Dico di si per cortesia.

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Subito le 3 donne e il ragazzo più grande si precipitano, una a prendere le tazze, l'altro una scatola di biscotti nascosta e una vecchia lattina. Chiedo loro: "com'era la Cacenia 20 anni fa?" Tra i sospiri si lasciano andare a ricordi felici. "Avevamo una bellissima e verdeggiante città. Quando la vedi oggi e la paragoni a com'era prima ti viene da piangere. Adesso tutto quello che vogliamo è la pace. Possiamo vivere tra i rottami a cui siamo abituati". "Sperate in un futuro per la Cecenia? Potrà ritornare come prima?", chiedo. "Come si dice la speranza è l'ultima morire. Per me, io sono troppo vecchia, so che non vedrò mai più ricostruita la mia bella Cecenia in vita mia".

"Siamo così grati al popolo ingusceta. Se non era per loro e per la loro ospitalità dove saremmo andati a finire tutti quanti?" Mentre beviamo il tè qualcuno osserva che gli uomini sono fuori, nell'angolo. Le donne ridono. Penso sia un'occasione rara. Mentre andiamo ringraziandoli per averci permesso di visitarli dicono: "Ti auguriamo di star bene. Hai un figlio?", rispondo di si, "auguriamo anche a lui una buona salute e buona fortuna".

Dopo mi portano a parlare con gli anziani. Mi presentano al signore più anziano, che è seduto. Mi racconta che dal 1999 i militari rapiscono giovani e bruciano case. "Quando penso alla Cecenia il mio cuore arde. C'è sofferenza nel mio cuore. Penso tutto il tempo ai morti in Cecenia". Restiamo seduti in silenzio.

Poi mi siedo vicino a due sorelle di oltre 70 anni che abitano in una piccola stanza, due pareti di cartone, muri di cemento e tutto il pavimento di cartone. "Nel settembre 2002 sono iniziati i bombardamenti e abbiamo fatto i bagagli con tutto quello che potevamo e abbiamo portato via nostra madre che ha 100 anni. Non ci sono uomini nella nostra famiglia". Chiedo se loro stesse si aspettano di tornare e ricostruire una casa. "Se ritireranno le truppe e tornerà la pace torneremo in Cecenia. E' casa nostra, anche se torneremo a casa solo per morire".

Chiedo se sono d'accordo che lo scrivo nel diario. "Si", mi rispondono. Lo vogliono. Significa apparire nella cronaca. Vuol dire che la loro voce conta quindi mi pregano di scrivere spesso. E' molto difficile far pressione sulla comunità internazionale per ricevere assistenza in un paese che è ritenuto benestante. Non che il governo e la federazione non abbiano investito, nelle zone dove l'hanno fatto. Ma come vedrete c'è ancora molto da fare". Per la data in cui il Diario sarà pubblicato arriverà l'inverno.

5 del pomeriggio

L'incontro col presidente è stato molto formale. Lui e i suoi uomini da una parte, io, l'UNHCR e un interprete dall'altra. Sembra quasi di stare a un faccia a faccia ma mi sono accorta che era molto diverso. Il presidente è un uomo carismatico e molto aperto, ho scoperto che era molto gradevole parlare con lui.

Zyazikov è il Presidente dell'Inguscezia. E' molto simpatico e molto aperto. E' un politico brillante. Prima di congedarmi mi fa dono di un'alta onorificenza ingusceta, una medaglia d'onore. "Per essere venuta in questa regione a vedere di persona, e per aver incontrato la gente". Non sapevo cosa dire, a parte "Grazie".

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Dovrebbe essere data agli operatori umanitari e alla comunità internazionale. Infatti più ci penso la comunità internazionale dovrebbe dare maggior rilievo all'Inguscezia per il fatto di ospitare un numero di ceceni pari alla loro stessa popolazione.

Ho chiesto di Arjan Erkel, il capo spedizione di MSF rapito. Ammette di non sapere nulla della situazione. Gli suggerisco di parlare con l'UNHCR e MSF. Ero sorpresa che non sapesse di Arjan, ma era stato rapito in un'altra regione quindi penso sia comprensibile. E purtroppo per lui è solo un caso tra tanti. L'ho ringraziato a nome del popolo ceceno per averli accolti. Ha parlato del loro ritorno a casa. Ancora una volta, come i funzionari russi, dice che le abitazioni hanno la priorità, poi viene la sicurezza. Personalmente non sono d'accordo. Penso sia il contrario. Dice di voler collaborare con gli operatori umanitari per aiutare gli sfollati (
IDPs).

Non oso chiedergli perché non permette i rifugi di cartone, ma alla fine glielo chiedo e lui mi da una risposta intelligente. "Suppongo che siano meglio ma sono a rischio incendio. E sono eretti in modo incivile". Difficile a dirsi. A meno che anche le sporche e vecchie tende bucate non siano "civili". Annuisce.

Sembra una conversazione un po' inconcludente. Ma non mi sembra nemmeno che sia disonesto. Senza chiederglielo dice: "Non ci sarà nessun taglio all'acqua o all'elettricità. Non gli faremo mancare nulla". Spero sia vero. Si vedrà a settembre.

8 del pomeriggio

Riunione del personale dell'UNHCR con altri operatori umanitari. Ho incontrato i medici di MSF, il personale dell'UNICEF, un uomo della Croce Rossa e altre ONG locali. Durante la serata ho ricevuto una strana telefonata dalla Colombia. "Hanno chiamato 6 volte". Era una delle telefonate più strane che abbia mai ricevuto se non la più insolita. Gente dalla Colombia mi ha rintracciato dove stavo. Era mattino da loro. Potevo dire qualche parola alla gente della Colombia e avevo in programma di visitarli? Così all'improvviso, con tutte le preoccupazioni per la sicurezza, non mi era nemmeno passato per la mente che era un trucco per sapere che tutti noi eravamo nell'hotel. E che poteva capitare qualcosa. Ma questo lo pensavo di sfuggita. Invece ho detto qualche parola, di volere pace e stabilità per il popolo colombiano.

Tutto qui. Hanno risposto "Buongiorno", ho spiegato che era sera in Russia e ci siamo salutati. Era molto strano.

Tornata alla riunione i medici mi hanno detto che molto vicino a dov'ero oggi, c'erano 4 uomini ceceni che ricevevano assistenza medica. Li hanno chiamati ribelli e gli hanno sparato contro. Uno è stato ucciso. Potevano essere o non essere ribelli. "Succede in continuazione qui, solo che non si legge sui giornali".

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Sabato 23 agosto 2003

Ossezia del Nord


L'Ossezia del Nord è una repubblica del Caucaso del Nord all'interno della Federazione Russa. La maggioranza della gente di qui è vicina ai russi, condividono la stessa religione. C'è anche l'Ossezia del Sud ma oggi fa parte della
Georgia.

Incontriamo Nadian dell'agenzia UNHCR in Ossezia del Nord che ci fornisce istruzioni. Oggi incontriamo i profughi georgiani. Alcuni si sono integrati nelle comunità locali. Una nota più leggera, sono famosi per le torte. Non vai via dall'Ossezia del Nord senza una torta.

Molti sono ancora senza risposta. "Possono essere abbandonati, dimenticati". Oggi ci ddichiamo agli anziani. Sono da 10 anni in questa situazione. L'UNHCR ha costruito delle piccole case. 70 l'anno scorso e ne costruiranno di più quest'anno, per le persone considerate più vulnerabili. "Queste persone vivono in condizioni orrende. Ecco perché noi (l'UNHCR) siamo personalmente attivi nell'edilizia. Qui lavoriamo davvero bene col governo".

Siamo sulla strada per l'Ossezia del Nord. La popolazione è di 750.000 abitanti. La lingua è l'osseto e sono in maggioranza cristiani. Alcuni sono musulmani. L'85% dei profughi provengono dalle regioni principali della Georgia, gli altri dalla regione dell'Ossezia del Sud, che è parte della Georgia. C'è un conflitto etnico tra georgiani e osseti. Ci sono 6500 profughi in 52 centri di accoglienza collettivi sparsi per la regione.

Il Children Fund opera con l'UNHCR per monitorare la popolazione. C'è anche un'organizzazione che assiste i bambini con problemi fisici. C'è n'è davvero bisogno qui, come per tutti i posti dove la gente è colpita da guerre e sfollamenti. Inoltre, poiché il tempo è rigido con freddo intenso molti bambini sono affetti da TBC.

Oggi il cielo è molto limpido e da lontano possiamo vedere le montagne del Caucaso. Sono imponenti e bellissime. Sono coperte di neve tutto l'anno. Il tratto verso cui ci dirigiamo è al confine con la Georgia. (Clicca
qui per la mappa). Immagino le persone disperate che cercano di attraversarlo. Quanto faticoso deve essere il loro viaggio.

Entramo a Vladikavkaz la capitale dell'Ossezia del Nord e andiamo direttamente a un centro di accoglienza. Incontriamo Norma e Illiana del Children's Fund. Ci sono 300 persone (73 famiglie). Dietro di noi abbiamo un soldato che prima di entrare passa davanti. Dobbiamo superare l'ingresso della dogana, prima gli uomini poi le donne. Nel caso vi attacchino mentre entrate nella stanza. Chiedo se è proprio vero. Mi dicono di si.

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Vladikavkaz, Ossezia del Nord. UNHCR / T. Makeeva
  Nella stanza incontro Fedocia. E' un'anziana dolce signora che vive sola. "Vivevo con mio marito e mio figlio in Georgia, stavo bene in Georgia una volta. Avevo anche dei risparmi, ma con la guerra ho perso tutto". Le sue braccia sono così forti, le sue mani robuste e callose. Le chiedo dov'è la sua famiglia. Si mette a piangere. "Ho perso mio figlio, si è ammalato qui. E' morto in questa stanza. Vivo sola qui. A volte chiedo ai miei vicini di farmi compagnia perché ho paura. La mia sola fonte di reddito è la

pensione, basta solo per comprare il pane e il latte". Prende 800 rubli al mese, circa 22€. Mi chiedo se abbia i soldi per le medicine. Dice qualcosa. Dal modo come parla, prima di tradurre, scorgo la sua depressione. Gli occhi al cielo, lo sguardo in alto e poi lontano. Afferra la sporca tovaglia del tavolo di plastica. Poi traducono e dice "meglio morire che vivere così, voglio chiederti una cosa ma so che non puoi darmela. Fammi tornare ancora giovane e forte perché possa sopravvivere a tutto questo". Sembra che gli anziani non siano un buon investimento. Mi guardo intorno nella stanza e capisco quanto triste e silenzionsa deve essere la sua vita quando ce ne saremo andati. Dice molto gentilmente: "So che tutti voi fate quello che potete. Se lo dite voi vi credo, ma se si trova una casa o un po' più di aiuto, vi sarei grata". Bill promette di tornare la settimana prossima per dedicare più tempo al suo caso individuale.

Ci spostiamo verso una zona ancora più malandata del centro, una baraccopoli. Vecchi edifici di cemento, rottami di plastica, metallo e vestiti tappano i buchi e i muri mancanti come case rappezzate. Qui vive un'altra donna anziana. Ha 70 anni. L'aria e l'odore di tutte queste stanze è umida e stantia anche se oggi c'è il sole, perché il muro è di cemento, è freddo e si forma l'umidità all'interno. Ci racconta di suo marito. Ha partecipato alla seconda guerra mondiale, ha perso una gamba. Mi dice quant'era un uomo buono. Le chiedo se vorrebbe tornare in Georgia se fosse possibile. "No, ho perso la mia casa, tutte le mie cose. Mio figlio è stato ucciso in Georgia. Ho messo una bella pietra sulla sua tomba e hanno rubato pure quella". Anche lei ha le mani molto robuste, forti, posso immaginare la vita che ha vissuto, tutto quello che ha fatto e ha visto. Quanto duramente abbia lavorato e poi dopo tutto questo, per colpa della politica e della guerra, la sua vita finisce così in questo posto. Quando non hai niente ti rendi conto di quanto è importannte la famiglia. E' tutto. La gente spesso se ne dimentica quando ha cose come un lavoro, soldi e la sicurezza. Qui gli uomini sono fortunati se trovano un lavoro manuale e la paga sarebbe di 1€ al giorno più o meno. "La legna da ardere costa cara" dice, "così andiamo nel bosco a raccoglierla con l'accetta".

Esco a parlare coi bambini. "Dobbiamo camminare più di un'ora per andare a scuola", dicono che son qui da 12 anni. Molti bambini sono nati in questo posto e non conoscono un'altra vita. Molti vogliono recitare, diventare attori, ma non c'è un teatro e nessuno che li aiuti a studiare. Mi chiedo come sarebbe stata la mia vita se fossi nata qui.

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Avranno mai queste ragazze la possibilità di esprimersi creativamente? Dopo facciamo visita a una donna con due bambini di 12 e 14 anni. "Quando siamo venuti qui la prima volta i bambini avevano 3 e 5 anni. Questo è tutto quello che i miei figli conoscono". La madre lavora in una fattoria del fondo comune. Non riceve denaro. La pagano con i prodotti alimentari. Riceve un accompagnamento per i bambini. Non ha nessuna possibilità di rimediare i rubli per pagare l'elettricità. "Cerco di non pensare al domani e di vivere giorno per giorno". Le chiedo quant'è stato difficile attraversare il confine da sola con due bambini piccoli. "E' stato molto difficile ma era dura per tutti". Ha perso la tessera che indicava il suo status di immigrazione forzata. Teme di essere sfrattata prima di essere registrata. Piange. La bambina piccola si volta verso l'angolo e si mette a piangere. Bill spiega che l'UNHCR sta parlando con l'ufficio immigrazione per cercare soluzioni concrete e aiutare le persone con questi problemi. Ecco perché sono fiera di rappresentare l'UNHCR. Un'ente di protezione, per momenti come questi quando i problemi verrebbero altrimenti dimenticati o ignorati e le persone vulnerabili sarebbero esposte a tutto.

Giriamo intorno ai bagni e alle docce esterne. Maiali e galline in piccoli recinti. E' tutto molto sporco, rotto, arrugginito. C'è una puzza terribile non si può credere che della gente ci viva. La persone di questo centro soprattutto gli anziani sembrano aver perso ogni speranza.

Guidamo per un'ora. Lungo la strada oltrepassiamo quello che chiamano il bosco sacro. Questa è la storia: un uomo fuggiva dai suoi nemici e pregò Dio di trovargli un posto dove nascondersi. Fu allora che vide questo bosco. Oggi la gente viene qui spesso a pregare.

Un gruppo di cavalli attraversa la strada davanti alla nostra auto. Qualche minuto dopo incontriamo una quindicina di mucche che riposano in mezzo alla strada. La maggior parte delle automobili per la strada, a parte i veicoli umanitari, hanno verniciature vecchie e sporche e sembrano quelle degli anni '60-'70. Andiamo dove la gente si è reintegrata con successo. Hanno lasciato i centri di accoglienza, come quello dell'ultima visita, e sono andati in un altro posto dove il governo ha assegnato dei lotti di terreno all'UNHCR e ha costruito delle case. Il governo inizierà a costruire una scuola per i bambini. L'UNHCR dice che stanno ancora raccogliendo i fondi per le forniture scolastiche. Aiutano anche le persone disabili e forse, se ci riusciranno, costruiranno un parco giochi. Le persone hanno difficoltà a trovare un lavoro ma sentono che almeno ora hanno una speranza e la sicurezza. Hanno bisogno della cosiddetta mobilitazione sociale. C'è carenza di ONG da queste parti. Tuttavia il Concilio Danese per i rifugiati (DRC) recentemente ha offerto aiuto a 100 famiglie che hanno ricevuto i terreni.

Arriviamo alle case. Sono piccole, di 36 metri quadrati, 6m x 6m. Sono 86. Incontriamo Valentina del Children's Fund. Ci porta a visitare le famiglie. Prima incontriamo una signora anziana con un figlio. Dice di essere molto grata di avere una casa perché suo figlio ha bisogno di un posto dove portare la sua sposa, se mai dovesse sposarsi. Lui non è qui. E' disabile ma deve ancora lavorare. L'altra donna che incontriamo è così felice di avere questa casa. E' piccola e semplice ma è così grata. Ci da il benvenuto con le mani sul cuore. Ha un bel sorriso senza denti e occhi dolcissimi.

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Parla di sua figlia morta. Suo marito è morto nell'Ossezia del Nord "Ho dovuto organizzare il funerale prendendo in prestito un'altra casa". Vorrebbe che suo marito potesse vedere questo posto. Quando ci salutiamo insiste per baciarci tutti.

La terza donna che incontriamo è incinta e tiene in braccio una bambina piccola. La bambina ha 2 anni e mezzo. E' nata nel centro di accoglienza. Ci dice che aveva un'atro bambino. E racconta una storia terribile di come l'ha perso. "E' caduto nell'acqua bollente ed è morto per le gravi ustioni. La stufa era al livello del suolo. Era tutto quello che c'era a disposizione. Ma", dice in un momento di gratitudine, "siamo stati 13 anni nel centro. Non potevamo mai sognare che un giorno avremmo avuto ancora un posto tutto nostro. Vogliamo lavorare, lavorare sodo". Mentre andiamo si mette a piangere. "Scusate. Sono solo molto grata".

Visiatiamo un'altra casa, una donna meno giovane con dei bambini. "Sento che ora dopo anni di vita così brutti, ora abbiamo una dignità". La giovane donna mi offre un dono, dei calzini che fatti a maglia per mio figlio. "Sognamo la formazione e l'istruzione". Penso a tutte le opportunità che ho avuto crescendo negli Stati Uniti e a quanto ho dato per scontato. La madre dice che farebbe qualsiasi lavoro. "Tutto".

Fuori camminiamo verso uno spazio dove sono state messe della panchine e la comunità si è riunita per un tradizionale benvenuto. Un giovanotto e una signorina in abiti tradizionali si fanno avanti. Ho il primo morso di pane. Danzano balli georgiani e osseti. Brindiamo. Il primo brindisi è a Dio. Il secondo a San Giorgio e ai guerrieri, ai viaggiatori e al viaggio. Il terzo brindisi è all'amicizia per la quale ci siamo riuniti ora in questa occasione.

"Auguriamo la felicità a te e al più piccolo della tua famiglia. Beviamo birra fatta in casa e vodka. Un sorso dopo ogni brindisi. Molti di noi fingono di bere. "Con gli amici che rendono migliore la strada della nostra vita ". Tutto le vivande sul tavolo provengono dagli orti dei terreni dietro le case. Vedo il duro lavoro e la dedizione della gente. "Infatti, è il frutto di tutto il nostro lavoro". Diciamo addio. Li ho ringraziati in entrambe le lingue, con un po' d'aiuto.

Torniamo verso la capitale per il pranzo. Arriviamo a casa di Fiona e saliamo 3 rampe di scale. "Viviamo insieme così dal 1997 quando il nostro capufficio è stato rapito nel 1997".

C'è un incontro con alcuni membri del personale dell'UNHCR. Alcuni hanno portato i loro bambini. Erano tutti così carini, graziosi e affettuosi. Tutti mi dicono cose bellissime di Bill. Come non sembri neanche un capo, quanto ci tiene a loro e quant'è difficile per lui stare lontano dalla sua famiglia.

Dopo pranzo visitiamo un centro di accoglienza. Vedo come l'ONU si impegni per gli anziani e per tutti quanti nei centri. Ci sono più di 100.000 profughi provenienti dalla Georgia, dall'Asia centrale, e da altre regioni dell'ex Unione Sovietica. "L'ONU rappresenta per noi il sostegno morale e materiale della comunità internazionale", dice un uomo.

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Tutti gli operatori dell'UNHCR sembravano molto contenti di vedersi. "Non tutti sono sempre grati all'ONU anche se l'ONU è sempre qui ad aiutare la popolazione locale. Molte volte il governo non è grato. Il secolo scorso è stato molto difficile per le società multietniche. Questo decennio è stato pieno di conflitti ma noi siamo fieri di essere un misto di fedi e religioni".

Quella sera lo staff ha discusso di come parlare ai giovani della tolleranza, a nome di giovani colpiti tra l'altro dagli sfollamenti. Sperano in una mia prossima visita verso la fine dell'anno prossimo perché quel periodo è molto importante per loro. Dicono che tutti lavorano per aprire dei centri culturali per condividere le loro varie etnie. Uno specialista nel campo dell'immigrazione tiene un discorso sulle relazioni internazionali. "Stiamo creando un internet point per consulenze legali in materia di immigrazione".

Sull'aereo di ritorno per Mosca io Raymond iniziamo a parlare del bombardamento a Baghdad e come tutti si sono sentiti all'UNHCR. L'UNHCR amava Sergio Vieira de Mello e lo conosceva bene. E stato col personale di campo dell'UNHCR per oltre 20 anni. Abbiamo parlato di tutte le morti e le vittime. Quando pensi che il loro unico scopo era di aiutare il popolo iracheno e il loro futuro, non ha un senso. Kofi Annan si è espresso meglio: "La morte di un collega è dura da accettare, ma penso che di nessuno potevamo permetterci di fare a meno, o di sentire la mancanza nel modo più acuto per tutta l'organizzazione delle Nazioni Unite, che non di Sergio. In tutta la sua carriera ha reso un eccezionale servizio all'umanità, impegnato ad alleviare le sofferenze di uomini e donne suoi simili, aiutandoli a risolvere i conflitti e a ricostruire le loro società dilaniate dalla guerra".

Dal 1992, 236 civili membri del personale dell'ONU hanno perso la vita nel compimento del loro dovere a causa di problemi di sicurezza. Tra loro c'erano 15 colleghi dell'UNHCR.

Tekuye Muhe
Lourenco A. Mutaca
Boris Zeravcic
Alhadji K. Sanneh
Jose Lopez Herrera
Mehrali Mahmoodi
Zekarias Hailu
Peter Otieno
B. Germain Lugano
Felicien Bucyekabili
Samson Aregahegn
Carlos Caceres
Pero Simundza
Mensah Kpognon
Josue Nsakala Boakono Tshiama

Non solo l'ONU ma anche il CICR e le ONG hanno subito molti decessi nell'arco di un decennio.

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Al ritorno in albergo incontro i piloti da caccia americani che si trovano qui per un air show. Alcuni sono di stanza qui, altri in germania, altri in North Carolina. Due di loro sono una squadra formata da marito e moglie.

Tutti esternano quanto sono contenti di stare in Russia e quanto è cordiale la gente. Ridevano di una scorta della polizia che andava a 50km all'ora che tutti superavano. Dico che penso che loro sono abituati alla velocità e a controllarla. Mi hanno invitato all'air show e gli ho detto che mi interessa imparare a volare. Hanno detto che potevo sedermi su un jet se volevo. Per quanto la cosa mi tenti i miei appuntamenti non me lo permetterebbero quella mattina.

"Devi tornare in Russia a giugno per vedere le
Luci del Nord". L'ho sentito dire. Non penso mai di venire a vederle. Ci sono tante cose da vedere al mondo. Tante cose da scoprire. Questo è il mio primo viaggio nella Federazione Russa e sento di aver solo sfiorato la superficie di questo popolo straordinario. C'è così tanto che possiamo imparare gli uni dagli altri. Certamente posso imparare molto da loro.

Domenica 24 agosto 2003

Mosca


La nostra prima visita di questa mattina è alle famiglie di profughi africani che vivono a Mosca. Ci sono skinhead e gli africani devono affrontare molti problemi. Ci sono state aggressioni contro i profughi. La xenofobia, o una profonda avversione per gli stranieri, esiste. Per essere al sicuro, stanno nel centro della città dove c'è meno possibilità di aggressioni estreme. Ci sono 7 centri comunitari dell'UNHCR in Russia, 4 a Mosca. Entro solo con un interprete. Dev'essere una cosa più personale possibile. E' un vecchio palazzo sporco. Una appartamento di 2 stanze. La famiglia ha solo una stanza mentre la seconda stanza è condivisa con qualcun'altro. Aprono la porta. Grandi e bei sorrisi. La famiglia dorme dice il padre. Hanno fatto delle riparazioni durante la notte ecco perché sono così stanchi.

Vorrebbe parlare in francese ma prova a parlare in russo. La vita qui è molto difficile, inquietante. E' stato molto diverso mandare il loro bambino piccolo a scuola. "Erano ostili. Qui non piacciono gli africani". Mentre parlano, penso all'Africa, così aperta, così bella. L'orgoglio della gente. La vita naturale, gli animali, la terra rossa e l'aria fresca. Una comunità che sente una forte fratellanza. Qui i genitori dormono sul vecchio tappetino sul pavimento. I bambini sono in un divano letto deforme. E' un pavimento umido con crepe. I genitori di lui sono stati uccisi in Angola. Loro rischiavano di essere i prossimi così sono stati castretti a fuggire coi bambini.

Dicono che il padrone di casa ha aumentato di nuovo l'affitto. Gli hanno chiesto se potevano far dormire un amico sul pavimento per aiutarli a pagare l'affitto. Il padre non può avere un lavoro 'official'. Così lavora come facchino per tante ore. Torna sempre a casa tardi la sera. E' stato aggredito due volte dagli skinhead. E' così triste vederli qui ora. Sono qui dal 1995. Hanno una buona possibilità di andare in Canada. I canadesi dovrebbero essere fieri di essere una società multiculturale e multietnica.

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Non ci sono famiglie africane che si sono integrate con successo. La polizia ha dato loro molto molto filo da torcere. Diciamo loro che possono tornare a dormire scusandoci di averli svegliati. Dicono che sono contenti che siamo venuti e che va tutto bene, è ora di andare in chiesa.

Molti di questi afghani qui lavoravano con i russi quando i russi e americani combattevano in Afghanistan 20 anni fa. Ancora subiscono vessazioni. L'anno scorso un afghano è stato picchiato a morte in pieno giorno mentre aspettava un filobus.

La settimana scorsa un etiope che lavora per una NGO locale è stato assalito da 20 skinhead. "Per fortuna è sopravvissuto". Mentre andiamo a visitare la prossima famiglia, passiamo davanti a molti russi poveri, vecchie donne che preparavano carretti di frutta e verdura da vendere al mercato. Passiamo davanti a un parco per bambini pieno di adulti con vestiti poveri. Alcuni leggono. Altri fumano. Mi chiedo se dormono lì. Mi ricordo sovente che nei paesi dove i cittadini locali hanno difficolta non è facile chiedere loro di pensare ai bisogni degli altri.

A Mosca è un'abitudine diffusa tra i richiedenti asilo, ma anche tra famiglie russe che vivono a Mosca, la condivisione degli appartamenti perchè sono molto cari. Suoniamo il campanello di un nuovo palazzo e aspettiamo risposta, vedo un poster che ricorda ai russi di cambiare i loro passaporti. Molti dicono ancora Unione Sovietica. Il poster ha l'immagine di una orgogliosa famiglia russa con in mano i nuovi passaporti. Finalmente qualcuno risponde al campanello ed entriamo.

Incortriamo un signore che viene dal Congo, sua moglie e la sua bambina piccola. La bambina piccola ha 6 anni. Si sente una musica da una vecchia radio. Molto congolese. Sono persone molto appassionate di musica. Hanno tutti dei bei visi. Devo dire che è strano sentirli parlare bene in russo. Mi raccontano che hanno lasciato il Congo per colpa della violenza e sono venuti qui a studiare. "Ma, siamo venuti qui ed è stato difficile continuare a studiare. Quando l'Unione Sovietica è crollata nella nuova Russia tutto era sempre più caro. Non potevo studiare, ma a causa della guerra non potevo neanche tornare a casa". Gli ho chiesto che cosa studiava. Ride quando mi dice che stava studiando relazioni internazionali.

Chiediamo dei problemi che riguardano la sicurezza. "Uno degli uomini con cui lavoravo è stato attaccato e ora ha perso uno occhio. E' stato messo in un ospedale ma hanno detto che non erano soddisfatti dei suoi documenti e non l'hanno curato. Un giorno vorrei lasciare questo paese. Specialmente per mia figlia". Gli chiedo se vorrebbe andare da qualche altra parte. In un paese normale dove una persona è libera, dove i diritti umani sono rispettati per tutti. "Ci manca l'Africa. E la nostra casa". Gli dico che sto per andare in Congo. Sorridono quando parlo di delle zone dell'Africa. Per un attimo tutti sembrano felici.

Chiedo alla moglie della sua esperienza. Alcune donne russe sono gentli. Ovviamente la maggior parte dei russi sono stati molto gentili ma ci sono anche dei gruppi odiosi. Penso al Congo e come la vita è diversa per loro in questo posto. Ma vedi, come mi sono resa conto io per molta gente, che la vita è solamente una questione di sopravvivenza. Non hanno scelta. Non si possono permettere di scegliere.

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Ci dirigiamo al Centro della Comunità di Perovo. Alcuni "hooligans" locali hanno imbrattato il centro con parole crudeli. Dei bambini ci salutano. Sono bambini Afghani. 6 di loro mi vegono incontro sorridenti con dei fiori. Dopo ci portano in una camera piene di ragazzi e ragazze adolescenti. Chiedo loro come si sentono qui. Una ragazza risponde, "Qui non siamo nessuno. Non siamo niente, quando sei giovane hai dei sogni, di diventare qualcuno. Noi cosa possiamo diventare? A Mosca siamo stati in prigione per 2 o 3 ore per niente". L'operatrice dell'UNHCR mi spiega che in Russia se sei una ragazza giovane e la polizia ti chiede i documenti e non li hai puoi essere trattenuto in prigione. Il problema maggiore è fare in modo che le autorità rilascino i documenti come fanno in altri paesi. Solo per dar lor, ai bambini, un'identità. Il programam DAFI sostenuto dal governo tedesco si occupa della scolarizzazione dei profughi.

Così pochi di questi giovani in questa stanza hanno una reale possibilità di trovare un lavoro. "Tutti vogliamo qualcosa nella nostra vita. Parliamo della possibilità di stabilità in Afghanistan". Si preoccuopano di essere stati via così tanto che parlano quasi solto in russo, e ora sarebbero estranei nel loro paese.

Incontriamo delle donne anziane afghane. Dovevamo tradurre dall'inglese al russo e dall'inglese al dari. Poi dal dari al russo e dal russo all'inglese. Qui le donne formano un gruppo di sostegno reciproco. "Non abbiamo i documenti giusti o opportunità di lavoro ed è difficile procurarsi beni di qualsiasi genere. Ma siamo molto contente che i nostri bambini possano studiare. E che parte dello studio riguardi la loro cultura afghana. E' molto importante per noi. Vogliamo che sappiano chi sono". Le donne sanno che sono stata in Pakistan e che ho visitato le famiglie afhghane. Mi chiedono "Quali sono le tue impresisoni sulle donne afghane?" Dico una grande ospitalità, donne molto gentili". Sono molti felici di sentirlo.

Poi, incontro una NGO locale in maggioranza formata da uomini africani. I profughi hanno molti problemi. "Abbiamo deciso che dovevamo aiutarci da noi e non aspettarci o attendere aiuto. Così con il sostegno del'HCR abbiamo fondato una ONG". L'altro problema è la mancanza di di case, lavoro e studio. Tutti per via della nostra mancanza di stato civile e la mancanza di documenti adeguati". Ci sono poster di rifugiati da tutto il mondo sui muri. Ci sono anche disegni a matita di Kofi Annan e Einstein (che era un rifugiato). Chiedo se ci sono leggi sui diritti umani che diano loro diritto ai documenti che non gli vengono rilasciati. "Ci sono sempre le leggi, ma ma chi le fa rispettare?".

Vera è una donna russa dell'UNHCR. Andando all'aeroporto parla di quando ha visto Grozny. Non riusciva a dormire la notte. Continuava a vedere le immagini dei bambini. "E' strano. E' così triste che nella stessa Federazione, a solo due ore di volo, delle famiglie possono avere una vita estremamente diversa", dice. "Una vive in pace e stabilità e altri cercano solo di sopravvivere nell'inquietudine e nella guerra".

Mi dice anche quanto era ed è amica di Vincent. Il direttore dell'ufficio dell'UNHCR che è stato rapito. "Per 11 mesi, per tutti noi, era come se avessero rapito un membro della famiglia.

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Sua moglie avrebbe chiamato tutti i giorni. Ringraziando per tutto quello che stavamo facendo per liberarlo, e noi ci sentivamo peggio perché fino a quando non sarebbe stato liberato tutti noi ci sentivamo inutili e senza speranza. Una delle cose più dififcili è stato quando sua moglie mi ha dato un maglione e un paio di jeans da mettere quando (se) sarebbe stato ritrovato. Li ho tenuti in un cassetto nella mia scrivania. Cercando delle carte, di colpo li rivedevo ed era un ricordo di lui ancora scomparso". E' stato picchiato e hanno dovuto operarlo quando ne è uscito. E fare anche molta terapia. Un giornalista francese che era stato rapito nello stesso periodo di recente si è suicidato. Forse è il senso di colpa dei sopravvisssuti. Ma probabilmente è solo perché è molto difficile il recupero e la stabilità dopo un simile trauma.

Seduta sull'aereo torno di nuovo alla sicurezza di casa mia, del mio paese, e di mio figlio. Mi sento sempre in colpa quand parto perché è così facile per me. Ho visto una dozzina di posti come questo, per lo stesso scopo nei tre anni scorsi, e so che per tutte le persone che ho incontrato, in tutte le disperate condizioni, molto poco è cambiato. Temo che per quante famiglie è andata meglio, per un uguale numero di casi è andata peggio. So per certo che 5 delle persone con cui ho passato insieme del tempo non sono più in vita.

So che se migliaia di persone stessero morendo ogni giorno (per fame o uccisi direttamente) in California, a Londra o a New York, le cose andrebbero diversamente. Ma molte di queste persone si trovano in posti come l'Africa, la Cecenia, i Balcani, l'Asia centrale e la Colombia, e forse di solito sentiamo parlare al mondo della loro morte? Sono notizie vecchie? O sono troppi? O è perché non hanno niente da darci in cambio? Che è sbagliato ovviamente, hanno tutto da offrire. Alla fine quello che conta è che siamo tutti uguali. Ci sono familgie come noi. E hanno bisogno del nostro aiuto, del nostro sostegno. E in posti come la Cecenia, hanno bsogno che non li dimentichiamo.

Partendo, dopo una conferenza stampa, mi hanno è stato detto "Hai fatto bene. Non pensavo potessi essere così brava come politico". Dovevo esserlo. Mi preoccupo di tutti gli innocenti ma so che se esprimi i bisogni di alcuni, puoi turbare altri. Ed come sempre è facile essere fraintesi dalla stampa.


Dopo la mia visita:

Il campo di Bella è stato chiuso, ma grazie alla mediazione dell'UNHCR, la popolazione restante non è stata sfrattata con la forza e lasciata con la sola possibilità di tornare in Cecenia. Al contrario è stato permesso loro di trasferirsi in un'altro campo profughi, Satsita, questo però ha comportato un ulteriore trauma e ansietà che si sono aggiunti alla condizione di questi ceceni ripetutamente sfollati. E' un'altra una piccola vittoria. Ma ora che ne sarà di loro, mi chiedo?

L'operatore di MSF rapito Arjan Erkel. Ancora scomparso. (NdT liberazione avvenuta l'11 aprile 2004 dopo 607 giorni di prigionia, clicca
qui per il sito di MSF)

Tragicamente hanno continuato a prendere di mira operatori umanitari fino alla fine di questo diario. In soli due mesi, il 5 Ottobre scorso, la
Dott. Annalena Tonelli, operatrice umanitaria italiana, è stata colpita e uccisa a sangue freddo mentre assisteva i suoi pazienti in Somalia. Per oltre 25 anni, ha vissuto e lavorato in modo caritatevole nell'Africa orientale, dove aveva fondato ospedali gratutiti.

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Più recentemente il 27 Ottobre 2003 l'ufficio della Croce Rossa a Baghdad ha subito un attacco che ha provocato la morte di 2 operatori umanitari e 10 passanti. Il 16 Novembre sono rimasta impietrita quando ho saputo che Bettina Goislard, operatrice umanitaria di 29 anni a Ghazni in Afghanistan è stata colpita a morte mentre attraversava la città nella sua vettura che aveva chiare insegne dell'UNHCR.

Nota finale: L'Alto Commissario ONU per i Rifugiati ha incontrato il Presidente Zyazikov della Repubblica d'Inguscezia il 19 Gennaio 2004 presso la sede dell'UNHCR a Ginevra. Il dialogo continua tra l'UNHCR, il governo russo e le autorità locali sui problemi riguardanti gli sfollati interni (IDPs) in Inguscezia. Per maggiori dettagli clicca sulle date (English):
5 dicembre 2003, 9 dicembre 2003, 12 dicembre 2003, 20 gennaio 2004


Queste sono sono le considerazioni inedite e le impressioni di Angelina Jolie durante e dopo il suo viaggio. Sono esclusivamente le sue idee, e non rappresentano la posizione ufficiale dell'UNHCR. Testo e immagini non possono essere riprodotti senza il permesso di Angelina Jolie.

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Introduzione a cura dell'UNHCR
Note finali e Appendice
Original version



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