Diario
di viaggio
VISITE AI
RIFUGIATI IN AFRICA,
CAMBOGIA, PAKISTAN E ECUADOR
Notes from
My Travels
VISITS WITH REFUGEES IN AFRICA,
CAMBODIA, PAKISTAN AND ECUADOR
Edizioni:
inglese (estratto),
giapponese, tedesco
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italiano, georgiano
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Traduzione
italiana non ufficiale
Diario della Sierra Leone
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Tre anni fa, la
pluripremiata attrice Angelina Jolie, ha assunto
un ruolo radicalmente diverso come Ambasciatrice
di Buona Volontà per l'Alto Commissariato delle
Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR). Queste
sono le memorie dei suoi viaggi in Sierra Leone,
Tanzania, Pakistan, Cambogia ed Ecuador, dove ha
vissuto, lavorato e donato il suo cuore alle
vittime che nel mondo soffrono la violenza più
devastante.
Ecco le sue rivelazioni di gioia e calore umano
in mezzo alla più totale assoluta
miseria...ammirevoli istantanee di persone
coraggiose e straordinarie per le quali la
sopravvivenza è il proprio lavoro quotidiano...e
sincere annotazioni di un pellegrinaggio unico
che ha cambiato completamente la visione del
mondo dell'attrice, e il mondo dentro di lei.
Qui i
bambini ti prendono per mano e camminano
insieme a te sorridendo e cantando. Non hanno
niente. Indossano vestiti impolverati e
strappati, e sorridono...
Odio che ognuno stia soffrendo, i mutilati, i
rifugiati, le persone sfollate...Come si fa a
dirgli di rifarsi una vita quando sono certi
che i ribelli gliela porteranno via ancora?
Questa sera avevamo pesce con insalata. Un
gran lusso. Ero grata ma non riuscivo a
mangiare. Mi sentivo così male...
Mi sento in soggezione di fronte a questa
gente. La loro volontà. La loro speranza...
Accadono molte più cose al mondo di quello
che ci viene comunicato. Tutti abbiamo
bisogno di approfondire e scoprirle per noi
stessi...
Diario
di viaggio
"Angelina è
la prova vivente del potere che tutti abbiamo,
ciascuno di noi, di fare la differenza. Sono
stata profondamente commossa dalle sue
descrizioni dei singoli rifugiati che lottano per
vivere con dignità e speranza, e la sua
dedizione personale mi ha ispirato. I diari di
Angelina documentano il suo risveglio come
attivista umanitaria e spero che spingano i
lettori ad agire. Non vedo l'ora di continuare il
mio lavoro con Angelina per conto delle Nazioni
Unite".
Jane Goodall,
Ph.D., CBE
Fondatrice del Jane Goodall Institute, e
Messenger of Peace ONU
ANGELINA JOLIE è
stata protagonista di più di venti film, tra i
quali Gia, Ragazze Interrotte, Fuori in 60
Secondi, Lara Croft - Tomb Raider, e Amore senza
confini - Beyond Borders.
POCKET BOOKS
Design copertina di Julienne G.Ha
Fotografia copertina UNHCR / L. Taylor
Fotografia retro UNHCR / M. N. Little
www.simonsays.com
Edizione Americana: ISBN 0-7434-7023-0
Dedica
Questo è il rapporto tra il
personale dell'UNHCR e le persone di cui si
occupa: 1 membro del personale ogni 3582
rifugiati. Questo libro è dedicato a loro, al
loro duro lavoro e soprattutto alla loro
dedizione e rispetto per i propri simili.
Dedico questo libro anche agli uomini, alle
donne, e ai bambini che oggi o in passato sono
stati profughi, a chi è sopravvissuto a
straordinarie e impari avversità e a quelli che
non ce l'hanno fatta, e a chi è morto
combattendo per la propria libertà.
Queste persone mi hanno insegnato la mia più
grande lezione di vita e per questo sarò loro
per sempre grata.
Sommario
Prefazione
dell'Alto Commissariato
delle Nazioni Unite per i Rifugiati
ix
Introduzione xi
Missione in Africa 1
Missione
in Cambogia 77
Missione in Pakistan 133
Missione in Ecuador 193
Conclusione 237
Mappe 239
Prefazione
dell'Alto Commissariato
delle Nazioni Unite per i Rifugiati
L'Ufficio
dell'Alto Commissariato ONU per i Rifugiati
(UNHCR United Nations High Commissioner
for Refugees) è stato fondato nel 1951 per
proteggere le persone costrette ad abbandonare le
loro case a causa della persecuzione o della
guerra. Si stima che in cinquant'anni l'UNHCR
abbia aiutato 50 milioni di uomini, donne e
bambini a trovare rifugio e a ricominciare la
loro vita.
Le nostre sfide sono immense, e non si potrebbero
affrontare senza la dedizione e il sostegno delle
persone che se ne occupano in tutto il mondo. Una
sostenitrice della causa dei rifugiati è
Angelina Jolie.
Il 27 Agosto 2001 ho nominato Angelina Jolie
Ambasciatrice di Buona Volontà per l'UNHCR.
Qualche tempo fa aveva dimostrato un profondo
interesse verso i problemi dei rifugiati, e
visitato i campi profughi in posti come Sierra
Leone, Cambogia e Pakistan.
Nel 2002 e 2003 Angelina ha incontrato i
rifugiati in Namibia, Thailandia, Ecuador,
Tanzania, Sri Lanka, Kosovo, e Ingushezia, e ha
lavorato a fianco del personale dell'UNHCR sul
campo. Le sue impressioni sono raccontate in modo
vivido e toccante in questi diari personali.
Farà altre visite sul campo nei prossimi anni.
Dalla sua nomina come ambasciatrice Angelina ha
più che appagato le mie aspettative. Si è
dimostrata una compagna vicina e una vera
collaboratrice nel nostro impegno a trovare
soluzioni per i profughi nel mondo. E soprattutto
ha contribuito a far diventare la tragedia dei
profughi un fatto reale per chiunque vorrà
ascoltare. L'interessamento di Angelina per i
rifugiati, la sua generosità personale, e il suo
spirito compassionevole e sincero sono
un'ispirazione per tutti noi.
RUUD LUBBERS
Alto Commissario delle Nazioni Unite per i
Rifugiati
Introduzione
Mi hanno chiesto
di scrivere unintroduzione ai diari, per
spiegare come i miei diari sono nati, perché la
mia vita ha preso questa direzione, e perché ho
deciso di incominciare.
Come cerco di trovare le risposte sono sicura di
una cosa: sono cambiata per sempre. Sono così
grata di aver intrapreso questo percorso nella
mia vita, sono riconoscente di aver incontrato
queste persone meravigliose e di aver avuto
questa incredibile esperienza.
Credo onestamente che se tutti fossimo
consapevoli, tutti ci sentiremmo obbligati ad
agire.
Così la domanda non è come o perché dovrei
farlo nella mia vita. La domanda è, come potrei
non farlo?
Per molte sere sono rimasta sveglia a leggere
storie e statistiche di tragedie nazionali e
internazionali.
Ho letto riguardo all'UNHCR:
Ci sono
attualmente più di 20 milioni di
rifugiati.
Un sesto
della popolazione mondiale vive con meno
di un dollaro al giorno.
1,1
miliardi di persone non anno acqua
potabile sicura.
Un terzo
del mondo non ha l'elettricità.
Più di
100 milioni di bambini non vanno a
scuola.
In Africa
un sesto dei bambini muore prima di
compiere i cinque anni di età.
Ho letto di varie
organizzazioni che svolgono lavoro umanitario.
Leggevo sulla Sierra Leone mentre ero in
Inghilterra. Quando sono tornata negli Stati
Uniti era difficile avere notizie, così ho
chiamato l'USA for UNHCR e ho chiesto se potevano
aiutarmi a capire la situazione in quel luogo e
situazioni simili in altre parti del mondo.
Non so come sarà questo libro, come i lettori lo
troveranno, io non sono una scrittrice. Questi
sono solo i miei diari. Sono solo un rapido
sguardo in un mondo che sto appena iniziando a
capire, un mondo che non riuscirei mai veramente
a spiegare a parole.
Missione in
Africa
Dal 22 Febbraio al
9 Marzo 2001 ho intrapreso una missione per
imparare e aiutare i rifugiati sotto la
protezione dell'Alto Commissariato delle Nazioni
Unite per i Rifugiati (UNHCR) in Sierra Leone e
Tanzania.
Martedì 20
Febbraio
Sono su un aereo
per l'Africa. Farò due ore di sosta
all'aeroporto di Parigi e poi ancora in volo per
Abidjan in Cote d'Ivoire (Costa d'Avorio).
Questo è l'inizio del mio viaggio e di questo
diario. Non so a chi scrivere, a me stessa,
credo, o a tutti voi, ovunque siate.
Non scrivo per la persona che potrebbe leggere
queste pagine ma per le persone di cui scriverò.
Sinceramente io voglio aiutare. Non credo di
essere diversa dagli altri. Credo che tutti noi
vogliamo giustizia ed eguaglianza. Tutti vogliamo
una possibilità di vivere una vita che abbia un
senso. Tutti vorremmo credere che se ci
trovassimo in una brutta situazione qualcuno ci
verrebbe in aiuto.
Non so che cosa potrò compiere in questo
viaggio. Tutto quello che so è che mentre
imparavo sempre di più sul mondo, su altri paesi
e sul mio paese, mi rendevo conto di quante cose
non sapevo.
Ho fatto molte ricerche e parlato con molte
persone a Washington, D.C., presso l'Alto
Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati
(UNHCR).
Ho letto tutto quello che potevo. Ho scoperto
statistiche che mi hanno sconvolta e storie che
mi hanno spezzato il cuore. Ho letto anche molte
cose che mi hanno disgustato. Ho avuto incubi,
non molti, ma mi sono spaventata.
Non capisco perché di alcune cose si parla e di
altre no.
Non so perché penso di poter fare la differenza,
in qualche modo. Tutto quello che so è che lo
voglio.
Non ero sicura di dover partire. Mi sento ancora
insicura ma, e so che questo potrebbe suonare
falso a qualcuno, pensavo alle persone che non
hanno scelta.
Ad alcuni miei amici sembra folle che io voglia
lasciare il tepore e la sicurezza di casa mia. Mi
chiedevano: "Perché non puoi semplicemente
aiutarli stando qui? Perché dovresti vedere
queste cose?". Non sapevo cosa rispondergli.
E non sono sicura di non essere matta o stupida.
Mio papà ha tentato di annullare il viaggio. Ha
chiamato l'USA for UNCHR, ma dal momento che sono
una persona adulta non ha potuto fermarmi. Ero
arrabbiata con lui, ma gli ho detto che sapevo
che mi voleva bene e che come padre cercava di
proteggermi dal male. Ci siamo abbracciati e ci
siamo sorrisi.
La mia mamma mi guardava come fossi la sua
bambina. Mi ha sorriso con gli occhi in lacrime.
È preoccupata. Quando mi ha abbracciato per
salutarmi, mi ha dato un messaggio specifico da
parte di mio fratello, Jamie: "Dì a Angie
che le voglio bene, e ricordale che se mai si
sentirà spaventata, triste o arrabbiata, alzi lo
sguardo al cielo, trovi la seconda stella a
destra, e poi la segua dritta, fino al
mattino". Questa è una frase da Peter Pan,
una delle nostre storie preferite.
Sto pensando a quelle persone di cui ho letto
tante cose e come sono separati dalle famiglie
che amano. Non hanno una casa. Stanno a guardare
le persone che amano, che muoiono. Loro stessi
stanno morendo. E non hanno scelta.
Non so come sarà il posto dove sto andando, ma
non vedo l'ora di incontrare questa gente.
La mia prima fermata è Parigi per qualche ora e
poi partirò per l'Africa.
Mercoledì 21
Febbraio
Sull'aereo da
Parigi un signore africano con indosso un bel
vestito blu e con un sorriso cordiale mi ha
chiesto se ero una giornalista. Gli ho detto:
"No, solo un'americana che vuole imparare
qualcosa sull'Africa". E lui ha risposto:
"Bene!".
Sembrava un uomo importante circondato da altri
uomini in uniforme che lo salutavano con
rispetto. Appena sceso dall'aereo assieme al
gruppo con cui viaggiava, alcuni soldati
dell'esercito, uno davanti e uno dietro, li hanno
accompagnati fuori e una telecamera lo riprendeva
mentre salutava un uomo che doveva rappresentare
un altro gruppo importante.
Scrivo tutto questo perché quando in aereo mi ha
chiesto se stavo viaggiando verso altre parti
dell'Africa, gli ho detto: "Sierra
Leone" e lui: "Mi fa paura quel
posto".
Quando siamo atterrati in Costa d'Avorio, sono
stata accolta vicino all'aereo da un signore
molto gentile dell'UNHCR. Si chiama Herve.
Parlava francese e pochissimo inglese. Io parlo
pochissimo francese. Ma mi sono subito resa conto
che a volte i sorrisi e i gesti sono tutto quello
di cui abbiamo davvero bisogno. Stavamo vicini in
piedi in silenzio, perché le mie valigie erano
le ultime dell'aereo.
Le valigie di tutti vengono aperte e controllate.
Ho visto più militari che civili.
Poi ho incontrato un altro uomo dell'UNHCR.
In auto abbiamo parlato di come la Sierra Leone
stava attraversando una guerra civile.
Non è diverso da com'erano gli americani prima
di diventare quello che sono oggi. Quando ci
pensi ti rendi conto di quanto sia importante
aiutarli e sostenerli perché determinano il
futuro di cinquantadue stati di questo grande e
potente continente.
Se consideriamo i popoli dell'Africa come nostri
alleati e li aiutiamo a crescere, ci sarà
soltanto daiuto.
Ho scoperto che gli Stati Uniti hanno aiutato
molto e questo non dovrebbe passare inosservato.
Ma in confronto a tante altre nazioni noi diamo
di meno (pro capite). Con tutto quello che
abbiamo in confronto alle possibilità di altri,
noi diamo di meno.
Politica a parte, sul piano umano tutti ci
dovremmo ricordare quali sono le cose più
importanti e che siamo veramente tutti uguali.
Dovremmo aiutare all'inizio quando i popoli
stanno provando e si stanno formando, non quando
è troppo tardi.
Durante la Guerra Fredda l'Africa era divisa.
Hanno ottenuto l'indipendenza negli anni '60, ma
quando la Guerra Fredda era finita, l'Africa
aveva bisogno di aiuto per consolidare le sue
democrazie.
Aveva bisogno di aiuto per sostenere quella gente
che rappresentava le stesse libertà in cui tutti
crediamo.
Ho visto un documentario sulla Sierra Leone.
Avevano fatto una marcia per la democrazia
qualche anno fa. Non riesco a ricordare in che
anno, ma era prima che accadesse il peggio
dell'inizio della guerra.
Se solo avessimo offerto il nostro aiuto prima,
forse oggi le cose non sarebbero così.
Non possiamo dimenticare che i nostri padri
fondatori erano profughi. E in seguito i nativi
americani sono diventati profughi.
L'uomo che mi aveva accolta parlava del tempo che
aveva trascorso in America. Entrambi esprimevamo
la consapevolezza di quante poche cose vengano
raccontate al popolo americano e di come possano
sentirsi al sicuro. Ma a loro merito, quando
vedono che cosa accade nel mondo (da uno speciale
della CNN agli articoli sui giornali), la
maggioranza degli americani ha voglia di aiutare,
e sono molto generosi.
Mi raccontava di esser stato a Kansas City, nel
Missouri, durante un Natale. Aveva conosciuto
altre storie di esperienze vissute in America.
Pensavo a come avesse trovato il tempo di
viaggiare negli Stati Uniti, perché "voleva
capire l'America un po' meglio".
Pochi di noi sono stati a Mali (uno stato
dell'Africa dove è nato).
E questo potrebbe essere il perché lui era così
accogliente. Voleva farmi conoscere il suo paese.
Mi sono presentata all'albergo per la mia camera
ad Abidjan in Costa d'Avorio. Questo hotel deve
essere stato bello una volta, ed è meglio di
quanto mi aspettassi per le mie sistemazioni. Mi
sento in torto a stare in questo posto, anche se
è solo per poche notti. Mi trovo ad Abidjan per
partecipare alle riunioni dell'UNHCR. Sabato
partirò per Freetown in Sierra Leone per stare
con i rifugiati.
Devo ammettere che mi piace poter fare la doccia
e dormire come si deve. So di apprezzare questo
favore per questa notte e ne sono grata.
Giovedì 22
Febbraio
Sono seduta su una
sedia in un ufficio dell'UNHCR ad Abidjan. Sarà
una lunga mattinata.
Sono venuta per comprendere molte cose, e ci sono
ancora tante cose che non capisco. Soprattutto mi
sono resa conto di della scarsa conoscenza che
avevo di questa gente.
Sono seduta sotto un'insegna, un poster
dell'UNHCR. C'è scritto:
NON CI VUOLE
MOLTO PER DIVENTARE UN RIFUGIATO.
LA TUA RAZZA O LE TUE IDEE POSSONO ESSERE
ABBASTANZA.
Mi hanno permesso
di assistere a un colloquio con i
"richiedenti asilo".
Questi "richiedenti asilo" sono venuti
qui a fare domanda per avere un'opportunità di
vivere all'interno dei confini di un paese
diverso dal loro paese dorigine.
L'UNHCR ascolterà la loro storia e a volte
controllano le informazioni. Se possono li
aiuteranno. Devono verificare se sono idonei ad
essere identificati come rifugiati, e quindi a
cercare asilo.
La giovane coppia ascoltata oggi ha perso i
contatti con i suoi due bambini. Il marito aveva
trent'anni. La moglie aveva venticinque anni (la
mia età).
Sembravano molto più anziani. I loro corpi così
affaticati, i loro occhi così tristi, disperati.
Entrambi parlavano francese e un po' l'inglese ed
erano molto intelligenti.
Hanno cercato di farmi sentire a mio agio.
Quando ci hanno presentati gli hanno spiegato che
ero americana e mi trovavo in Africa per imparare
e cercare di capire come aiutarli a esprimere le
situazioni come la loro alla mia nazione.
Ero felice e sentivo che capivano che un'altra
persona cercava di aiutarli, ma poi sentendo la
loro storia, mi sono sentita impotente seppure
piena di determinazione allo stesso tempo.
Queste persone sono forti, persone molto in
gamba. Se ne avessero l'opportunità, e con tutte
le risorse che in questo momento lacerano il
paese, potrebbero diventare una nazione molto
forte e molto ricca.
A volte può sembrare che i gruppi come l'UNHCR
ed altri, non abbiano successo per via di tutto
quello che sta ancora succedendo. Ma venendo a
conoscenza della storia e della condizione dei
rifugiati e capendo tutto il lavoro che è stato
fatto per aiutarli, mi sono resa conto che tutti
questi operatori umanitari sono molto impegnati e
molto generosi col loro aiuto.
Tutti dovremmo essere grati.
Penso che senza il loro intervento, i profughi
non avrebbero nessuna speranza. La maggioranza di
questi gruppi di persone sarebbero già morte o
abbandonate.
Tutto finirebbe nelle mani dei ribelli e sotto il
controllo dei dittatori.
Dobbiamo continuare a dare il nostro contributo
per aiutare i paesi africani che accolgono i
rifugiati e offrono loro una casa.
Nel nostro paese, e in tutti gli altri paesi,
continueremo a vedere profughi che attraversano
le nostre frontiere se non rafforziamo i paesi
dai quali provengono.
Venerdì 23
Febbraio
Il giorno dopo mi
hanno portata in un'altra stanza, un ufficio dove
ho incontrato Ioli, che mi ha fatta accomodare
per insegnarmi qualcosa in più. Aveva una
passione e un'energia straordinaria e una gran
risata.
Ho conosciuto le nuove tecnologie informatiche
che aiutano a contare, identificare, e a dare le
carte didentità ai rifugiati.
Era incoraggiante sentire delle varie donazioni e
attrezzature e le nuove idee che saranno d'aiuto.
Microsoft ha donato cento macchine per carte
didentità durante la crisi in Kosovo.
Tuttavia, sempre più tecnici sono necessari per
farle funzionare. È sorprendente a quante cose
si debba pensare. In questo momento stanno
raccogliendo fondi per un programma di
formazione.
Qui ti rendi conto di come siano importanti
queste carte d'identità. Non servono solo a
proteggere i rifugiati e come prova di un asilo
sicuro. Il beneficio più importante è quando i
rifugiati vengono a registrarsi, le carte danno
loro un'identità individuale.
Riesci a immaginare come puoi sentirti non
potendo dimostrare chi sei, nessuna prova del tuo
nome o della tua nazione, della tua famiglia o
della tua età?
I bambini senza identità possono essere
costretti a entrare con la forza nell'esercito o
a fare lavori pericolosi. O prelevati e tolti
dalla scuola. Ogni bambino ha diritto alla
sicurezza e all'istruzione.
All'ora di pranzo sono andata a un mercatino per
comperare un po' di artigianato locale.
Mentre stavo in piedi in un punto troppo a lungo
ho sentito un prurito alle caviglie. Ero
morsicata da insetti così piccoli che non
riuscivo nemmeno a vedere.
In alcune zone l'odore era stantio. Mi sentivo
male.
Qui la forza della sopravvivenza è sorprendente
per me. Non si lamentano. Non chiedono nemmeno la
carità.
Contrariamente alla nostra immagine di questo
paese, la sua gente è civilizzata, forte,
orgogliosa, gente formidabile. Ogni sentimento
aggressivo è di pura sopravvivenza. Non c'è
tempo per distrarsi e oziare.
Mentre scrivevo queste cose, mi sono resa conto
di scrivere come se studiassi la gente in uno
zoo.
Mi sento stupida e arrogante pensando di
conoscere qualcosa di queste persone e delle loro
lotte.
Ma sto solo facendo delle constatazioni sulla
gente che vive qui in Costa d'Avorio. Questo è
solo il primo posto. Non ho nemmeno visto il
campo profughi.
Ci sono tanti scolari. I ragazzi sono vestiti in
beige. Hanno pantaloni corti e camicie con
maniche corte. Le ragazze hanno camicette bianche
e gonne blu.
Nei mercati c'è tanto oro e avorio in vendita,
addirittura diamanti. Tutto quanto è messo sui
tavoli in piccoli mucchi. I pavimenti sono tutti
sporchi.
Una donna dellUNHCR, Demu, si è offerta di
mostrarmi i dintorni.
Ho incontrato sua figlia e gli amici. Sono tutti
quattordicenni e frequentano una scuola
internazionale. Parlano diverse lingue. Hanno
vissuto dappertutto nel mondo. Sono tutti allegri
e ognuno di loro è una persona unica. Sognano il
loro futuro. Sembrano tutti molto più maturi
degli adolescenti degli Stati Uniti.
Sono tutti molto consapevoli politicamente. Una
ragazza mi ha chiesto che cosa pensassi del
nostro nuovo presidente americano George W. Bush.
Sembrano anche conoscere molte cose sui film.
Spero che vedano quelli buoni non solo i più
belli e i più leggeri. Ma qui è anche
importante ridere.
Sabato 24 Febbraio
Aspettiamo il
rifornimento di carburante del nostro aereo per
la Sierra Leone e il controllo di tutti i nostri
passaporti. Ioli è con me. Anche se facciamo
scalo in posti diversi, sono felice di iniziare
il viaggio con qualcuno che mi è familiare.
Hanno pesato i bagagli assieme a me...otto
chili...quattro chili...e io peso cinquantacinque
chili (che vuol dire, non lo so). Un uomo coi
sandali rotti ha tirato fuori una scala di
plastica, come quelle che si usano a casa in
bagno. Sopra aveva due coniglietti rosa molto
scoloriti. Il nostro bagaglio si rovesciava
mentre pesavamo ogni borsa. Non riesco a
immaginare come possano farlo con precisione.
Sono circondata da tante nazionalità. Vedo una
bellissima donna Africana con un vestito semi
tradizionale.
L'aereo è pronto, ma appena prima del decollo
siamo avvisati di usare il bagno. Ci vorranno ore
prima di avere a disposizione un altro bagno.
Tutti gli altri aspettano sotto il sole rovente.
Nessuno simbarca. Poi capisco il perché:
prima le signore.
Tutti dicono "Bon Voyage" e "Buona
Fortuna".
Adesso sono seduta in aereo. Ho scelto un posto
senza la presa d'aria. Non siamo ancora decollati
che già sto sudando. Mi asciugo con la lingua il
labbro superiore.
Tutti sorridono agli altri, scambiandosi parole
gentili, curiosi su ciò che ognuno fa.
Hanno notato il tatuaggio sul mio braccio.
Mi raccontavano che recentemente le autorità
avevano ricevuto l'ordine di sbarazzarsi dei
ribelli che fingono di essere rifugiati. Questi
ribelli cercano di appropriarsi di una parte,
anche piccola, di qualsiasi mezzo di
sostentamento che viene distribuito.
Una donna ha detto di aver visto molti uomini
tenuti (trattenuti) per giorni per provare la
loro identità.
Ha chiesto perché erano considerati sospetti.
"Perché hanno dei tatuaggi sulle
braccia!" (È comune pratica tribale in
Guinea e Sierra Leone).
Ci siamo messi a ridere sulla possibilità che io
potessi essere considerata una ribelle dalle
autorità.
E poi, ti fa pensare che i simboli che indossiamo
esprimono qualcosa di noi stessi. I simboli ad
alcuni fanno paura oppure sono guardati dall'alto
in basso.
Penso alle scelte che ho fatto io, i simboli che
ho, i gioielli che indosso:
L'iniziale di mio fratello.
Una frase sulla libertà del mio scrittore
Americano preferito...
Siamo appena atterrati per far salire un'altra
persona. Adesso siamo in sette.
Mi sono rinfrescata all'aria aperta. È una bella
giornata. La maggior parte di noi è uscita a
sgranchirsi per qualche minuto.
Quando mi avevano prelevata dall'autobus per
portarmi all'aereo, c'erano due persone a bordo
che non avevo ancora incontrato, un uomo davanti
e una donna seduta accanto a me. Entrambi non
sembravano apprezzarmi, o così supponevo dal
loro distacco. Non ci eravamo ancora presentati.
Ero intimidita dall'uomo. Mi chiedevo se sarei
andata a lavorare con lui. Più tardi in aereo mi
sono vergognata rendendomi conto di averli
giudicati. Dovrei ritenermi fortunata ad essere
in loro compagnia.
Dopo un po l'uomo si è girato verso di me
e mi ha spiegato che era stato tenuto prigioniero
dai ribelli in Monrovia, in Liberia, per sei
giorni. C'erano stati problemi fino all'ultimo
minuto per liberarlo. Parlava delle ore di
ritardo in questo aeroporto.
Quando alla fine lui, la moglie ed io ci siamo
parlati, li ho trovati cordiali e gentili. Il
silenzio e la lontananza che sentivo erano le
loro sensazioni di orrore. Eravamo atterrati
nello stesso posto dove era stato fatto
prigioniero.
Molti abitanti di questo paese sono passati
attraverso esperienze che non riuscirei nemmeno a
immaginare.
Appena uscita mi hanno detto che quest'area non
ha una vera speranza. Quasi tutto è stato
bruciato o bombardato.
Quando i ribelli vanno via a piedi, a volte
catturano degli ostaggi solo per farsi aiutare a
trasportare i viveri che hanno rubato mentre
tornano a casa.
Dal cielo tutto sembrava così bello, la terra, i
laghi, la foresta, tutto fin dove potessi vedere.
I soli velivoli di questo aeroporto sono
elicotteri dell'esercito.
Alla fine siamo atterrati a Freetown, in Sierra
Leone. Mentre guidavamo lungo le strade abbiamo
parlato di quello che stava accadendo nel posto.
Il Revolutionary United Front (RUF, Fronte Unito
Rivoluzionario) lo chiamava "Project No
Living Thing" (progetto nessuna cosa viva).
Ho notato centinaia di persone che camminavano
per le strade tenendosi per mano, sopravvissuti!
Sulle auto c'è scritto:
GOD IS GREAT e LOVE FOR EVERYONE, HATE NO MORE.
(DIO È GRANDE e AMORE PER TUTTI, NON PIU' ODIO)
Penseresti che queste siano le ultime persone al
mondo a crederci, eppure ti accorgi che hanno una
più profonda comprensione per via di tutto
quello che hanno attraversato.
Strana usanza: l'ultimo Sabato di ogni mese tutti
devono restare a casa e ripulire il proprio
ambiente fino alle 10 del mattino. Se esci prima
devi avere un lasciapassare che spieghi perché
ti è stato dato il permesso.
Sabato Notte
UNHCR Guest House
Vetri rotti fissi
in cima ai muri di cemento che circondano la
casa.
Appena il nostro camion si avvicina, una guardia
apre il cancello di legno.
Un piccolo edificio, bianco sporco con la vernice
scrostata e qualche vecchia automobile
parcheggiata oltre il cancello.
Vengo salutata con dei sorrisi dalla maggior
parte di loro, sguardi fissi da parte di
qualcuno.
Sono nella camera numero 1. È quello dice il
pezzo di carta appiccicato sulla mia porta. Penso
che mi abbiano dato la migliore che avevano.
A stento riuscivo a far uscire acqua dalla
doccia. La camera verrebbe considerata povera e
disprezzata dalla gente del mondo in cui vivo, ma
certamente non dalla gente di qui. Loro la
considererebbero un palazzo.
Sono molto grata.
Il pranzo era alle otto. Io e due membri del
personale di campo dell'UNHCR ci siamo seduti e
abbiamo parlato della vita, della guerra, della
sopravvivenza. Mi hanno raccontato molte cose.
Vorrei riuscire a scrivere ogni singola cosa.
La televisione al piano di sotto ha un solo
canale. Se sono fortunati prenderà la CNN.
Stasera non va.
Il tempo è diverso qui. C'è così tanta
concentrazione sulla sopravvivenza. Semplicemente
vivi e apprezzi il più possibile la giornata e
le persone intorno a te.
Le persone condividono.
Ho detto che in questo posto mancano delle cose
non perché mi manchino ma perché vedo come vive
la gente che lavora qui.
La maggioranza di loro non fa eccezione per se,
alcuni forse. Mi accorgo che ci sono alcuni in
ogni gruppo che non sono brave persone. Alcune
organizzazioni non governative (NGO) e operatori
delle Nazioni Unite sembrano in strana
competizione.
Si aiutano a vicenda, e talvolta si criticano a
vicenda, cercando di ferirsi.
Ma credo che anche i più critici debbano essere
in qualche modo brave persone. Non può essere
una cattiva persona chi sceglie di fare questo
lavoro nella sua vita.
Domenica 25
Febbraio
Ho fatto un sogno
strano, non completamente brutto, ma brutto
abbastanza da chiamarlo incubo.
Mi avevano fermata a un posto di controllo mentre
stavo su un lato della strada con altre donne.
Cercavo di capire che cosa stava succedendo. Mi
sentivo nel posto sbagliato, mi ricordavo di
tutte le storie di attacchi improvvisi, che
costringevano la gente a fuggire, alcuni con dei
fagotti, altri senza niente, nemmeno una
famiglia.
Ho provato a riaddormentarmi, per quasi un'ora.
I galli cantano.
Questo posto sembra fare eco ai rumori. Riesco a
sentire i passi e i pavimenti che scricchiolano.
Sento le urla di qualche animale, ma non riesco a
identificarlo, forse è una scimmia.
Provo a chiudere gli occhi ancora un po.
Oggi è Domenica e non succede granché fino a
dopo le preghiere.
Sono appena tornata da una passeggiata. Ho deciso
che dopo la colazione vorrei un po' di tempo per
vedere dove mi trovo. Mi hanno detto che questa
zona è sicura.
Appena fuori mi tolgo gli occhiali da sole. Anche
se il sole era accecante, mi sentivo più sicura
se le persone potevano vedermi negli occhi.
Potrebbero sentire che non sono una minaccia.
Inoltre, non volevo ostentare nulla di valore,
non perché temessi un furto, ma perché mi
sentivo male. Camminavo vicino a persone che
vivevano con così poco.
Quasi subito i miei piedi e i pantaloni si sono
sporcati di terra rossa. Una delle guardie
dell'UNHCR della Sierra Leone di nome William, mi
ha chiesto se poteva mostrarmi la zona (le
baracche dell'esercito e l'ospedale). Ho
accettato immediatamente.
Ci siamo avviati lungo la strada e abbiamo
incontrato George.
Per più di un anno George ha lavorato per
l'UNHCR cucinando la colazione e il pranzo. È un
buon lavoro, ma non guadagna ancora abbastanza
per prendersi cura di se stesso, tanto meno della
sua famiglia.
Ma non si lamentava. Una sola cosa esprimevano
entrambi: quanto era bello questo posto una
volta. Un tempo questa gente era buona con tutti.
Adesso tutti soffrono. Loro sperano che un giorno
la vita tornerà di nuovo bella, ma è difficile
tenere alta la speranza o credere che un giorno
le cose saranno davvero molto migliori.
Ho chiesto a George della sua famiglia. Ha detto
che sua madre è appena arrivata da un campo
profughi in Guinea. Gli ho chiesto se stava bene.
Dice che per ora va meglio, ma si prende ancora
dei raffreddori perché dove lei vive adesso, è
costretta a dormire sul pavimento.
George è stato catturato dai ribelli. Diceva:
"Sono arrivati di notte. Tutti cercavamo di
fuggire. Mia madre era molto preoccupata per
me".
George ha tre bambini. "Uno non l'ho
ritrovato" dice.
Camminavamo vicino all'ospedale. È molto
vecchio, un piccolo edificio con la vernice quasi
completamente rimossa.
Ci sono due tende della Croce Rossa.
Direi che ci staranno cinque brande per ogni
tenda. Forse la ragione per cui non c'erano
brande era che sul pavimento potevano starci più
persone.
Oggi molta gente è uscita a passeggio, la
maggioranza di loro indossa quello che ha di
meglio per la Domenica, di colorato e pulito. Non
so come riescano a procurarsi dei bei vestiti, ma
la Domenica è una tradizione è importante per
loro. È una cosa così bella da vedere.
Continuavamo a camminare sulla strada sterrata
oltrepassando dei massi, acqua e ruscelli di
quella che, dall'odore terribile, sembra acqua di
fogna.
Riuscivo a sentire canti e tamburi. William e
George hanno indicato dicendo:
"Chiesa!"
La chiesa era un piccolo edificio di cemento con
macerie intorno. Ho guardato dentro e ho visto
tante colorate silhouette muoversi al ritmo dei
tamburi. Così bella gente in preghiera!
Da quando sono qui, questa è la prima volta che
mi son messa a piangere. Me lo sono tenuta per me
e mi sono allontanata.
Alcuni bambini piccoli camminavano vicino a me.
Gli ho sorriso, e in cambio mi hanno sorriso con
i più dolci, i più grandi sorrisi che abbia mai
visto.
Un ragazzino mi ha chiesto con un tono molto
serio, di sfida: "Chi sei tu?"
"Angie".
Ha ridacchiato, sorriso, e si è allontanato.
Saint Michael's
Lodge (UNICEF) e
Family Home Movement (FHM)
Mi hanno messo in
braccio un neonato. Non ci sono parole per
esprimere che cosa ho provato.
Poco dopo, un bambino piccolo ha messo la mia
mano nella mano di un'altra donna
(unoperatrice americana del NGO).
L'UNHCR sta lavorando con l'FHM per aiutare quei
bambini della Sierra Leone che stanno tornando e
che erano stati separati dalle loro madri.
Un giovane africano aiutava a mandare avanti il
posto.
Era come un maestro per gli altri, una grande
guida e un assistente sociale. Aveva uno sguardo
molto dolce.
Gli ho fatto qualche domanda come quando si vuole
conoscere qualcuno. Cosa ama? Chi è la sua
famiglia? Volevo conoscere chi era.
Ha una famiglia. Molti dei suoi fratelli e
sorelle sono in Italia all'università. Gli piace
viaggiare ma sente che può fare del bene e qui
ne hanno bisogno.
Ha detto di avere qualche mese di licenza tra
poco, e che gli piacerebbe fare dei corsi di
assistenza psicologica per le vittime di traumi.
Vuole aiutare gli orfani, i bambini profughi, e i
bambini soldato con i loro traumi. Questo bisogno
è spesso trascurato.
"Forse aspettano solo che si
riprendano".
Mi ha spiegato come in altre parti del mondo,
quando qualcuno ha bisogno daiuto,
l'assistenza psicologica è disponibile.
È diverso in Africa. Per fortuna, trovi aiuto e
sostegno entrando o unendoti a una comunità.
Ho incontrato un ragazzo che era appena stato
dotato di una protesi di gamba. Stava in piedi
ascoltando le notizie da una radiolina. La gente
mi racconta che è uno degli studenti più
brillanti. Sta già camminando bene.
Un ragazzo di undici anni ha dato un high-five
alla suora che ci mostrava i
dintorni..."Sistah!"
L'UNHCR, insieme al Saint Michael's, aiutare a
registrare le famiglie e a seguire le tracce, per
riunirle.
Raramente ci sono notizie internazionali qui. Si
sente parlare solo degli orrori vicini.
Se vengono riportate solo notizie di guerre e di
quel che di peggio ha la gente qui, allora le
persone esitano a investire nella ricostruzione
dell'Africa. È un problema così schiacciante.
Cosa si può fare? Qui le persone diventano
dipendenti e non vogliono lasciare i campi
profughi. Capisco perché. La loro terra è
ancora pericolosa e spoglia. Non c'è da mangiare
a casa. Non ci sono possibilità di lavoro a
casa.
Alla fine, dato che era Domenica e avevamo una
giornata libera, abbiamo deciso di guidare fino
al mare. Qui le spiagge sono così bianche! Che
vista bellissima, sabbia bianca, acqua azzurra e
chiara circondata da montagne ricoperte da una
lussureggiante vegetazione!
Questa terra è stata chiamata Sierra Leone
perché quando i primi coloni arrivarono su
queste spiagge, dissero che tuonava (come il
ruggito dei leoni).
Lunedì 26
Febbraio,
7 A.M. Conversazione di colazione.
Sembra che ogni
giorno che passa imparo sempre di più. Nei paesi
senza diamanti, la gente non mette le mani su
buone armi.
Alcuni governi o individui stanno diventando più
ricchi trattando con il RUF.
Gli Stati Uniti e altri paesi in Europa
dovrebbero aiutare l'esercito della Sierra Leone,
proprio come l'Esercito Britannico e il S.A.S. li
aiutano in questo momento addestrando i cittadini
della Sierra Leone a difendersi contro i ribelli.
FAWE, Forum for
African Women Educationalists
Nel FAWE, il forum
per gli educatori delle donne africane, le
ragazze ricevono un'istruzione e imparano dei
mestieri. Le aiutano a diventare indipendenti.
La maggior parte di queste giovani donne sono
state rapite e stuprate.
Sono andata in una piccola stanza.
Due donne badavano a quasi dieci bambini.
Molte delle donne sono rimaste incinte quando
sono state stuprate.
I bambini non avevano giocattoli, oggetti soffici
o colorati.
Stavano sul pavimento. Bei visi.
Appena mi sono avvicinata, un bambino si è messo
a piangere, quasi strillando.
La donna si è scusata dicendo: "È
spaventato per il colore della tua pelle".
Quando sono andata in unaula scolastica,
sono stata presentata come Ambasciatrice di Buona
Volontà dell'UNHCR. Maya la donna che era con
me, è stata presentata come funzionario per la
protezione dell'UNHCR.
Tutte le giovani donne erano molto accoglienti.
Gli hanno anche spiegato che ero un'attrice della
California. La direttrice della scuola ha
spiegato che mi trovavo lì per imparare qualcosa
su di loro e per dare un contributo ai loro
programmi.
Difficilmente potevano conoscere dei film. Non
volevo sollevare l'argomento ma sembrava che il
fatto che io fossi un'attrice rendesse la mia
visita più divertente per loro. Quello che
faccio è uno strano lavoro da immaginare com'è.
Qualche volta fare l'attrice pare strano anche a
me, ma oggi ne ero felice.
Dopo aver passato un po' di tempo insieme abbiamo
iniziato a comunicare anche senza interprete. Il
Creolo è una specie di piccolo inglese rapido e
concentrato.
Mi hanno chiesto il mio indirizzo. Per un attimo
ho pensato di mantenere la mia privacy come mi
avevano detto di fare negli Stati Uniti, ma loro
si sono confidate con me, quindi anch'io farò
altrettanto con loro.
Desidero così tanto che queste ragazze abbiano
successo. Anch'io voglio essere un'amica. Sono
andata alla lavagna e ho scritto il mio nome e il
mio indirizzo privato.
Una ragazza mi ha preso per mano e mi ha detto
lentamente: "Vorrei essere tua amica".
Ha scritto il suo nome per poter riconoscere la
sua lettera.
Jui Transit Centre
Il centro di
transito Jui è situato alle porte della capitale
della Sierra Leone, appena sette miglia dal cuore
della capitale Freetown.
Fondato nel 2000, il Jui Transit Centre era uno
degli insediamenti temporanei che per primi erano
stati installati sul posto dall'UNHCR a Freetown
come risposta ai rimpatri su vasta scala dei
cittadini della Sierra Leone rifugiati in Guinea.
Dopo il presunto attacco dei ribelli del RUF
della Sierra Leone alla frontiera con la Guinea,
gli abitanti della Guinea si sono scagliati
contro i profughi della Sierra Leone accusati di
dare accoglienza ai ribelli del RUF cercando di
destabilizzare la Guinea. Molti profughi della
Sierra Leone sono stati aggrediti fisicamente,
costringendo molti di loro a scegliere di
ritornare in Sierra Leone nonostante la guerra
nel loro paese dorigine stesse ancora
infuriando. Quando in seguito una gran parte del
paese era sotto l'occupazione dei ribelli, i
rimpatriati non potevano più tornare ai loro
villaggi. Per andare incontro ai bisogni dei
rimpatriati con una sistemazione temporanea,
l'UNHCR ha fondato due centri di accoglienza
(Lokomassama e Barri) nelle province del nord e
del sud. Tuttavia, quando i rimpatriati
arrivavano per nave in Guinea, avevano bisogno di
restare durante la notte non solo per riprendersi
dal lungo viaggio ma anche per decidere in che
direzione proseguire secondo le informazioni che
ricevevano sugli altri familiari. Nel Jui, come
in altri centri di transito, i reduci avevano a
disposizione questi servizi. Per principio i
profughi ritornati non dovevano restare per più
di cinque giorni nel centro di transito ma in
realtà quasi 2000 rimpatriati sono stati
protetti fino al Giugno del 2002.
Il centro di transito stesso è vicino al
villaggio Jui, che si stima sia la casa di 6000
abitanti della Sierra Leone. C'è una scuola
elementare e una scuola media e un Bible Training
Institute. I rimpatriati dovevano mandare i loro
bambini in queste scuole mentre stavano nel
centro. Lo stesso centro di transito aveva un
centro di assistenza, una grossa tanica piena
d'acqua, con vari punti di raccolta.
Tende di plastica, pavimenti sporchi. Sembra di
non stare in nessun posto. Le persone girano
intorno. Non possono aiutarsi tra loro. Non
possono andare a casa.
Un uomo è corso incontro agli operatori
dell'UNHCR, le sue mani segnate dal duro lavoro
imploravano di venire subito.
Mi hanno spiegato che voleva far visitare un
ragazzo.
Ho incontrato il ragazzo. Sembrava sui dodici
anni, ma avrebbe potuto averne sedici. È
difficile capire a causa della denutrizione. Era
molto ammalato.
Non volevo chinarmi a guardare. Ho mantenuto le
distanze. Ero una donna che lui non conosceva. Un
dottore lo stava visitando. Era così giovane
eppure sembrava così consapevole di quello che
gli stava succedendo. Le sue gambe erano
paralizzate. Il suo ventre e il suo costato
parevano troppo gonfi. Più tardi mi hanno detto
che sembrava che l'avessero operato. La sua spina
dorsale era gravemente danneggiata. La malattia
stava consumando il suo corpo. È probabile che
tutto sia iniziato con una ferita d'arma da fuoco
e un'operazione scadente.
A questo punto era stato dimesso dall'ospedale.
Non ci sono fondi e non c'è una camera per
curarlo dopo quella che viene considerata
un'emergenza (secondo i loro standard).
Per me questa era un'emergenza. Ora gli operatori
umanitari proveranno a cercare aiuto, ma questo
ragazzo è uno di milioni come lui.
Non sarò mai in grado di dimenticarmi il suo
volto. Non dimenticherò mai il modo come muoveva
le gambe con le sue mani.
L'UNHCR è in Africa per aiutare queste persone
perseguitate, e per continuare a sostenere i
tanti bisogni di questi profughi.
C'è sempre la preoccupazione di esaurire i fondi
per tutti i programmi necessari.
Mi sono seduta con i capi, i leader e le giovani
donne che vivono nei campi.
Ho chiesto: "Che cosa volete far sapere alla
gente?"
Una giovane donna ha risposto: "Continuiamo
a vivere nella paura. Abbiamo paura che sempre
più ragazze vengano rapite e violentate. Abbiamo
paura che i nostri ragazzi vengano portati via
per fare la guerra. Abbiamo bisogno che questa
guerra finisca".
Un operatore dell'UNHCR ha chiesto: "Pensate
che l'America possa aiutarvi?"
La giovane ha risposto subito: "Si, loro
sono una superpotenza! Noi vogliamo andare a
casa. I nostri bambini hanno bisogno di andare a
scuola. Abbiamo bisogno di cibo adeguato".
Se solo l'America fosse il posto che pensano.
Potrebbe essere così. Qualcuno ha chiesto al
capo più anziano: "Come vi sentite nel
campo?".
"Ci sentiamo a disagio".
Mi è stato riferito che i fondi diminuiscono
quando l'UNHCR tenta di espandersi. I paesi che
offrono asilo in questo momento hanno dei
problemi, paesi come la Guinea.
Ora l'UNHCR si occupa degli sfollati interni
(IDPs - Internally Displaced Persons) assieme ai
rifugiati.
Tante altre organizzazioni si sono preparate per
l'assegnazione dei fondi a lungo termine. L'UNHCR
si è organizzato solo temporaneamente. Non può
contare sui fondi a lungo termine, per questo
motivo è difficile mettere in pratica soluzioni
efficaci e durature.
Non sanno proprio se i loro programmi
continueranno ad essere sovvenzionati nei mesi a
venire, e purtroppo ora più che mai sembrano
esserci persone che ne hanno bisogno. Il
problema, il bisogno, non scompare.
Ho incontrato un uomo dell'UNHCR che veniva dalla
Giordania. Parlava di costruire un centro come il
FAWA, per le donne che si trovano nei campi
profughi o negli insediamenti in quest'area.
Waterloo (Transit
Centre)
Qui i bambini ti
prendono per mano e camminano assieme a te,
sorridendo e cantando. Non hanno niente.
Indossano vestiti impolverati e strappati, e
sorridono.
I bambini arrivano correndo. Sono così contenti
di avere quel poco che hanno ora. Non sono più
soli e impauriti per la loro sicurezza. La
maggioranza di loro ha dovuto camminare per molte
molte miglia, per giorni, senza né acqua né
cibo.
Le loro piccole manine hanno afferrato le mie.
C'era la mano di un bambino su ognuna delle mie
dita. Altri bambini si sono attaccati ai miei
polsi, alle mie braccia. Mi era quasi impossibile
camminare. Volevo portarli tutti quanti, ognuno
di loro, a casa con me.
Hanno visto i miei tatuaggi. Li trovavano
divertenti. Mi hanno chiesto: "Chi te li ha
stampati?"
Una donna mi raccontava la sua storia. Mentre
stava parlando ha slegato il suo nipotino dalla
schiena e ha iniziato ad allattare il bambino.
Sua figlia, la madre del bambino, era stata
sospettata di essere una ribelle in Guinea a
causa dei suoi tatuaggi tribali.
È stata uccisa.
Improvvisamente, uno degli uomini con cui ero
arrivata è venuto verso di me con la mano tesa:
"È ora di andare. Alzati per favore".
Potevo sentire gli spari.
C'è stata una discussione, se trasferirsi in un
altro campo. Un rifugiato non voleva andare via.
Mi hanno spiegato che alcuni rifugiati chiedono
di essere mandati in certi campi, perché pensano
di poter ritrovare i propri familiari là.
Dopo la discussione ci siamo fatti strada verso
la macchina.
Ho visto un uomo che colpiva un muro.
Il mio compagno ha gridato: "Chiudi!"
Non mi sentivo impaurita. Mi sentivo triste per
la gente nei campi e per gli operatori
dell'UNHCR, che sono incapaci di soddisfare tutti
i bisogni dei rifugiati. Quando i rifugiati
stanno male, sovente gli operatori dell'UNHCR si
prendono la colpa. Questi sono lavoratori malati
delle vittime di guerra.
È difficile essere preparati quando il numero
dei rifugiati e le situazioni cambiano in
continuazione. Tante persone hanno bisogno di
aiuto per restare vive. Molti bambini che vanno a
scuola hanno bisogno di assistenza medica e
immunizzazioni.
Ci sono 22 milioni di rifugiati. Due mesi fa non
ne avevo idea.
Bisogna che aiutiamo quelli che devono andare via
per fuggire, per sopravvivere.
I problemi e le cifre in gioco aumenteranno
soltanto, fino a quando non fermeremo queste
guerre.
Molti dei bambini del campo Waterloo hanno la
scabbia. Ma preferirei prendermela che pensare
mai di portar via le mie mani da questi piccoli
bambini.
La mia più grande comprensione è che questa è
solo una delle poche cose di cui vivono questi
bambini. Le condizioni visibili non sono buone. A
essere sinceri sono orribili. Sono sicura che la
maggior parte delle peggiori atrocità non sia
nemmeno visibile.
Sono appena tornata a piedi nella stanza dove
dormo. Mi sono lavata la faccia e le mani. Mi son
ritrovata a fissare le mie mani.
Più tardi in quel giorno, sono andata in un
campo di mutilati pieno di sfollati interni
sostenuto da altre organizzazioni non
governative.
Mi sono fermata lì in quel punto con la penna in
mano per gli ultimi minuti.
Non so cosa scrivere. No, si, lo so. Sono
arrabbiata.
Odio la gente che ha fatto questo. Odio che
ognuno stia soffrendo, i mutilati, i rifugiati,
le persone sfollate, la gente che vive nelle
comunità dilaniate dalla guerra, tutti.
Ci sono così tante persone che sopravvivono
mentre quelli che amano sono stati mutilati o
uccisi. Nessuno di loro sta vivendo come facevano
prima del RUF.
Non capisco come tutto questo possa continuare,
come il mio paese possa affermare di andare
incontro a questi paesi bisognosi mentre tutte le
persone qui vivono ogni giorno sapendo che non
c'è stata giustizia, nessuna rappresaglia, e
nessuna vera pace.
E come si fa a dire a questi rifugiati di
iniziare a rifarsi una vita quando sono certi che
i ribelli gliela porteranno via ancora?
Un uomo mi raccontava la sua storia, come aveva
perso il braccio (dal gomito in giù).
"Quelli mutilati sono fortunati. Ci hanno
lasciato in vita, ma non è così per tutti,
molti mutilati sono morti dissanguati o per le
infezioni".
La più giovane delle persone mutilate che ho
incontrato era una bambina di un anno.
Aveva solo tre mesi di vita quando le avevano
tagliato via il braccio e violentato la madre.
E così per molta gente.
Un giovane al quale mi ero seduta accanto, mi ha
raccontato la sua storia. Era un imprenditore.
"Dormo sul pavimento. Non ho abbastanza da
mangiare. Sono grato di essere vivo, ma non posso
più andare a casa. Come potrei ancora fare
affari?"
Era lo sguardo nei suoi occhi che non posso
dimenticare, tremante, disperato, traumatizzato.
Un uomo senza mani ha capito che ero qui per
cercare di aiutarli. (Ero presentata come una
donna americana che si trovava lì per riportare
informazioni negli USA).
Non ho mai voluto riuscire tanto in altre cose in
vita mia.
L'uomo senza mani ha tirato fuori il suo braccio
e mi ha sorriso. Gli ho stretto il polso, al
posto della mano.
Mi sentivo molto umile a stare in mezzo a persone
così coraggiose.
Cena all'UNHCR
Questa sera
avevamo pesce con insalata. Un gran lusso. Ero
grata ma non riuscivo a mangiare. Mi sentivo
così triste.
I funzionari della sicurezza si sono uniti a noi.
Per due ore e mezza abbiamo parlato dei vari
problemi. Ognuno di loro raccontava i vari
progetti a cui stava lavorando o i fatti gravi di
cui era stato testimone.
Si discuteva di tante cose, troppe per me da
scrivere, e tutto è sempre molto ben documentato
dall'UNHCR.
Un uomo della Giordania, ha detto: "Con
l'amore e la tolleranza ogni cosa è
possibile".
È una sensazione così bella, stare seduti in
mezzo a diversi operatori provenienti da tutte le
parti del mondo, di diversa età, sesso,
nazionalità, tutti con storie diverse sul
perché lavorano per l'UNHCR.
Alcuni operatori dell'UNHCR una volta erano stati
dei rifugiati loro stessi.
Parlavano del ragazzo che avevo visto al centro
di transito Jui.
Un'altra persona aggiungeva: "Il ragazzo dal
viso tranquillo". "Può darsi che non
sia stata la ferita di uno sparo"."Può
darsi che si sia ammalato molto tempo fa".
Una donna ha detto "Non ce la farà".
Non avrebbe dovuto sorprendermi, ma lo ero.
Un certo numero di casi presenti nei campi
morirà senza le adeguate cure ospedaliere.
Dobbiamo insistere per farci dare più aiuto da
Ginevra (UNHCR). Tutto questo richiede tempo.
Mi è stato spiegato che nei campi ci sono altre
vittime di cui non si parla molto. Non ho mai
letto o sentito quello che mi hanno rivelato.
Molti rifugiati erano costretti a mutilare delle
persone. Gli puntano una pistola alla testa o un
coltello sul fianco. Gli vengono messe in mano
spade arrugginite o pezzi di vetro tagliente.
Vengono costretti a tagliare via mani, piedi, o
intere braccia e gambe a persone che conoscono,
molte volte dei familiari.
Questa gente finisce con l'impazzire. In molti
casi diventa impossibile vivere con il senso di
colpa. Difficilmente c'è un aiuto psicologico
per loro. Ci sono appena i fondi per la
sopravvivenza fisica, tanto meno aiuto per la
loro guarigione mentale ed emotiva.
Posso vedere come i rifugiati cerchino di
occuparsi molto attentamente l'uno dell'altro.
Voglio scrivere qualcosa prima di andare a letto.
Ma non ci riesco.
Sono sconvolta.
Martedì 27
Febbraio
Hanno bussato
forte alla mia porta e mi sono svegliata. Sono le
7 del mattino. Oggi mi sento stanca. Ero
preoccupata di fare brutti sogni. Così sono
contenta di aver dormito poco. Non ho fatto
nessun sogno.
Sono stata seduta in ufficio per quasi due ore e
mezza, ripassando le informazioni e partecipando
alle riunioni per conoscere le diverse
organizzazioni.
Oggi ci incontreremo con una nave che sta
riportando indietro i rifugiati nella Sierra
Leone. Poi li condurremo in un campo presso
Kenema che diventerà la loro nuova casa.
La nave era in ritardo. Finalmente è arrivato un
segnale: "È ora di muoverci!"
Ho afferrato il mio zaino. È passata un'altra
mezz'ora. Ci hanno dato in mano una piccola borsa
di equipaggiamenti essenziali da campo. "In
caso di guasto...".
La nostra macchina era rimasta nel garage tutta
la mattina per la manutenzione. Non è proprio un
garage. L'auto non è ancora pronta.
Qui tutto è lentissimo. La registrazione dei
rifugiati che scendono dalla barca richiede molto
tempo.
Molte organizzazioni governative e non
governative erano lì sul molo, tre o quattro
persone per ogni gruppo.
Da quando mi sono
svegliata stamattina, i profughi sono stati ad
aspettare al porto sotto il sole che scotta,
prendendo quello che gli veniva dato da mangiare
(un panino con le sardine).
Ho chiesto quanto è stato lungo il loro viaggio
per nave questa mattina.
"Undici ore!"
Anche se il mare era più calmo del solito, molti
bambini vomitavano. Sono state conteggiate
duecentodue persone. Una donna si è incamminata
fino a lì oggi per andare incontro alla nave.
Sta cercando suo marito. Lui non c'era. Le hanno
detto di controllare al registro. È un tavolino
in un angolo del molo. L'unico posto all'ombra.
Come ci mettiamo alla guida per le strade,
all'inizio del nostro viaggio di cinque ore, a
quasi tutte le fermate i mendicanti si avvicinano
ai finestrini.
C'erano bambini ciechi e feriti, bambini
gravemente handicappati a vita. Ho chiesto se
andava bene dare dei soldi.
"No, non in questo posto pubblico. Arriverà
chiunque. Si crea un precedente sbagliato".
Ci sono più di 200 persone in questo viaggio.
Dietro di noi ci sono due piccoli camion che
trasportano tutti i loro effetti personali.
Questi due piccoli camion tipo U-Haul contengono
tutt ciò che possiedono e i risparmi di una vita
di più di 200 persone. Contengono tutto quello
che hanno al mondo.
Non so come la gente nei camion riesca a farcela
dopo tutto quello che hanno passato anche solo
con questo viaggio dalla Guinea.
Non riesco a immaginare come andavano le cose
quando stavano fuggendo. Come ce l'hanno fatta
dalla Guinea fino al primo posto?
Abbiamo raccolto altri rifugiati a Waterloo. La
conta è ora di 387 persone.
Guidiamo tornando indietro verso la città per
comprare quello che possiamo.
Questa gente sta tornando a casa. Erano rifugiati
in Guinea, ma adesso non sono più al sicuro là.
Stanno tornando indietro nella Sierra Leone per
vivere nei campi dei rifugiati.
Le loro case sono state tutte distrutte. Le zone
dov'erano abituati a vivere sono in mano ai
ribelli ora.
Non hanno nessuna vera scelta che vivere nei
campi con molto poco, e nessuna vera promessa che
la stessa gente che ha distrutto le loro case e
ucciso e violentato e mutilato le loro famiglie e
i loro amici non attaccherà di nuovo. Ma, se
dovranno morire, vogliono morire nella loro terra
natale.
Non riesco a immaginare come si sentano.
Sono stipati nei camion e condotti attraverso
quelle strade dove erano abituati a vivere liberi
e felici.
Sei camion pieni di gente.
Due camion più piccoli pieni di tutti i loro
averi.
Li stiamo seguendo con il nostro camion come
protezione e supporto.
Ci siamo appena messi in testa al convoglio per
guidarli nel percorso. Siamo il solo veicolo di
protezione così ogni mezz'ora li controlliamo
tutti passando dal primo camion davanti fino a
quello dietro.
Ci hanno appena informato che non ci sono scorte
d'acqua per il viaggio. Una donna (un funzionario
dell'UNHCR) tenta di stabilire un contatto radio.
La ricezione è scadente. Chiede come possiamo
trovare i rifornimenti lungo il percorso.
Dobbiamo riuscire a trovare il rifornimento
d'acqua.
Ci hanno anche detto che arriveremo quando fa
buio, perché c'è voluto più del previsto a
partire.
Mi hanno chiesto se ero ancora sicura di voler
andare.
Hanno detto che non c'era alcuna ragione di
preoccuparsi, ma che avrebbero preferito che io
scendessi alla penultima fermata. Hanno detto che
si sarebbero sentiti più tranquilli.
Non voglio mettermi a rischio, perché capisco
che l'UNHCR si sentirebbe responsabile. Eravamo
d'accordo di prendere una decisione quando
saremmo arrivati là. Dovevamo anche capire dove
avremmo potuto fermarci per la notte.
Un altro veicolo di protezione si è appena unito
al convoglio. Il nostro autista gli ha fatto
cenno di mettersi in coda.
L'UNHCR si trova sul posto anche per garantire
che vengano superati tutti i blocchi stradali e i
posti di controllo.
Ora stiamo guidando attraverso la zona dove gli
inglesi hanno contribuito a cacciare i ribelli.
I Westside Boys
I ragazzi del
Westside erano un gruppo di ex-soldati che
avevano sostenuto il colpo di stato militare ed
estromesso il Presidente Ahmad Tejan Kabbah nel
Maggio del 1997.
Si sono dati alla macchia assieme ad altri
soldati della Sierra Leone Army (SLA) quando
l'Economic Community Monitoring Group (ECOMOG) ha
rovesciato il colpo di stato nel Febbraio 1998 e
reintegrato il Presidente Ahmad Tejan Kabbah.
I Westside Boys facevano parte delle forze di
invasione che avevano occupato più della metà
di Freetown il 6 Gennaio 1999, quando almeno 5000
persone erano state uccise e molte case e
proprietà del valore di milioni di dollari erano
state distrutte. I Westside Boys sono fuggiti
ancora quando le forze dell'ECOMOG li avevano
sconfitti e cacciati dalla capitale. Dopo erano
rimasti intorno a Okra Hills situata a circa 50
Km da Freetown.
Hanno teso numerose imboscate a civili e veicoli
militari, causando molti problemi lungo la
Freetown-Masiaka Highway. Le attività dei
Westside Boys sono culminate con la cattura di
alcuni soldati inglesi e del loro ufficiale di
collegamento della Sierra Leone. Dopo che tutti i
negoziati per assicurarsi il rilascio dei
prigionieri si sono rivelati futili, gli inglesi
hanno lanciato operazioni terra-aria, uccidendo e
catturando i Westside Boys sul campo.
Quelli che furono catturati, inclusi il loro
leader sul campo, il sedicente Brig, Foday
Kallay, sono tutti in prigione a Freetown. Queste
operazioni hanno messo fine all'esistenza dei
Westside Boys. I Westside Boys si erano chiamati
così da gruppo di gangster degli Stati Uniti, la
Westside Squad.
Ora siamo su un'altra strada, ma questa strada
non va bene. Abbiamo bisogno di andare a Est. Le
nostre braccia fuori dai finestrini segnalano ai
camion dietro di noi di accelerare.
Ho visto un uomo che camminava lungo la strada.
Con vestiti corti ed era molto sporco. Teneva in
mano un mitra e stava urlando, parlando da solo.
Dappertutto ci sono scheletri di case distrutte
dalle fiamme.
Anche delle auto e dei camion devono essere
esplosi qui, lasciando solo carcasse capovolte e
arrugginite.
La giungla è bella.
Ogni tanto vedo piccoli villaggi per metà
distrutti dalle fiamme e per metà ricostruiti
con legno e fango (argilla).
Le poche vecchie scuole e le chiese lungo questa
strada sembrano vuote, piene di fori di
proiettili.
Se arriviamo al campo dopo le 8 di sera non
saremo più in grado di entrare.
Molte persone stavano male perché dovevamo
guidare veloci.
"Scusateci. Tenete al sicuro i vostri
bambini. Prima arriviamo e prima potrete mangiare
e riposare. Non vogliamo viaggiare troppo al
buio".
Loro capivano. Ancora, non sembra esserci fine ai
loro difficili viaggi. Anche dopo questo giorno
siamo ben lontani dalla fine. Un po' meglio
forse, ancora vivi.
Adesso sono quasi due ore e mezza che viaggiamo.
Uno dei camion bagagli si è appena fermato per
un guasto. Abbiamo dovuto scaricare e caricare di
nuovo tutto quello che c'era dentro in un secondo
camion bagagli.
Non vedo come faranno stare tutto in un solo
camion. Sembrava bello pieno prima. Noi
continuiamo ad andare avanti mentre loro provano
a trasferire tutti i bagagli. Cercheranno di
recuperare terreno. Non riuscirò mai a esprimere
o a tradurre chi siano queste persone, quello che
stanno passando, o perché sia così importante
che noi li aiutiamo. Ho proposto che qualcuno
prepari una videocamera affinché possano parlare
per loro stessi. Vogliono tanto poterlo fare. Non
vogliono che sia la stampa a decidere che cosa
sia importante. Vogliono parlare per loro stessi.
Pensavo, quando sono venuta qui, che mi sarei
rattristata e ammalata per tutto quello che è
successo a questa gente e per come vivono. Invece
vedo la loro sopravvivenza, i loro volti ancora
sorridenti, bambini che ti prendono per mano,
persone che (tutte sembra) stanno lavorando. Mi
sento in soggezione di fronte a questa gente. La
loro volontà. La loro speranza.
Ci fermiamo per far scendere alcune persone in
questo posto. Sembra che il cibo sia nel camion
lontano dietro di noi, il camion bagagli.
Siamo tutti seduti insieme fuori. Sono circa le
due del pomeriggio e il calore è insopportabile.
Vedo così tanti rifugiati che lavorano,
trasportando legna e altre cose, cercando di
stabilirsi in questa zona. Non so come facciano.
Qualcuno mi ha spiegato che il mattino è fatto
per procurarsi le provviste per la colazione
(acqua, legna) mangiare, pulire, e cercare di
vendere o fare qualcosa se possono.
Il pomeriggio serve per procurarsi acqua e legna
e preparare il pranzo.
È lo stesso per la cena.
Tutto il giorno serve alla sopravvivenza.
Quest'anno L'UNHCR ha perso quattro membri del
personale.
Tutte le settimane un operatore umanitario in
qualche parte nel mondo viene ucciso. C'è
bisogno di molta più sicurezza e protezione.
L'agenzia dell'UNHCR ha uno dei più alti tassi
di divorzio, suicidio e depressione.
Entrando nell'Area 91 un cartello dice:
PER FAVORE NON
TAGLIATE LE MANI
PRENDIAMOCI PER MANO
Siamo dovuti
andare a piedi a un mercato per comprare del pane
e altre sardine. I nostri rifornimenti erano solo
la metà di quanto serviva.
Ci dicono che un ragazzo sul terzo camion è
molto malato. L'infermiera ha solo una
piccolissima scorta di medicinali, praticamente
nulla.
L'UNHCR ha bisogno di ricevere molti più fondi
per i medici, gli infermieri, e le medicine. Qui
le operazioni raramente vanno lisce.
Sono qui assieme a Nyambé, una donna dell'UNHCR
che mi ha accompagnato in vari appuntamenti e
attività. Questo è il suo primo convoglio e la
sua prima visita a un campo non vicino a un
centro di transito.
Siamo andate a fare scorta di medicinali. Abbiamo
visto soldati dell'ONU appostati nell'area.
Scopriamo che erano del Bangladesh.
Uno dei soldati non ci voleva aiutare. Diceva:
"Andate a cercare le NGO". Ci siamo
guardate indietro verso le strade polverose, la
povera gente dei paesi, e le piccole baracche.
"Dove?" chiediamo. Nyambé spiegava che
siamo tutti fratelli e sorelle sotto la bandiera
dell'ONU.
Ci hanno chiesto se eravamo dottori.
"No, solo operatori" abbiamo spiegato.
Ci hanno dato una piccola borsa di medicinali
contro il dolore e la disidratazione.
Dopo aver distribuito il cibo, controlliamo le
nostre borse.
I capifamiglia si fanno avanti per quelli che non
sono presenti nei moduli di registrazione. Un
foglio di carta giallo dà diritto a ricevere un
panino e mezza scatola di sardine per persona.
Il sole sta calando. Cerchiamo di chiamare in
anticipo per trovare un posto nel campo di Bo,
che è un'ora più vicino, per preparare le
razioni di cibo secco per 400 persone.
Non ce la faremo fino alla nostra ultima
destinazione. Dovremo proseguire domani mattina.
Abbiamo una gomma a terra sul secondo (dei due)
camion bagagli. Dobbiamo muoverci appena la
cambiano. Il primo camion l'abbiamo lasciato
indietro prima, coi soliti problemi meccanici di
tutti i giorni.
L'UNHCR può andare incontro a dei problemi, ma
in questo posto sono i soli a fare qualcosa per
questo convoglio.
Nessuno si trova qui a fare fotografie per la
CNN. È solo un altro giorno.
Adesso sono le 7:40 di sera. Fuori è nero come
la pece. Un uomo cammina verso di noi. È di un
camion davanti. Accostiamo.
"Qual'é il problema?" chiediamo.
"Il mio camion è senza fari" dice.
Due giovani ci fanno segno di fermarci presso un
posto di controllo. Con le torce illuminano
l'interno del nostro camion e tenendo le luci
puntate sulle nostre facce. Ci lasciano passare.
Sono le 9:30 PM. Siamo arrivati a Bo. Passeremo
la notte qui e ci muoveremo alle 7 del mattino.
Abbiamo incontrato Muhammad, che lavorava qui.
Aveva preparato (con gli altri) tre grossi
contenitori di grano bulgur e tre grossi
contenitori di fagioli.
Abbiamo iniziato a distribuire il cibo assieme
alla donna che era chiaramente la leader del
gruppo. C'è voluto un po' ti tempo per far
scendere tutti i rifugiati dai camion, e tutti
erano molto affamati.
Non riesco a immaginare come possano sentirsi.
Avevo la nausea. Probabilmente avrei vomitato per
il viaggio, ma non avevo preso liquidi e avevo
solo mangiato del pane durante le ultime ore. Non
c'era il bagno lungo il viaggio così non avevo
bevuto acqua.
Cercavo di aiutare distribuendo le tazze e i
cucchiai, e assicurandomi che assieme alle posate
ci fossero abbastanza piatti. Non c'erano
abbastanza piatti di metallo per tutti, così
abbiamo provato ad organizzarci per lavarli
quando i primi avevano finito di mangiare.
I bambini sono stati nutriti per primi, poi le
donne e alla fine gli uomini.
Qualcuno si riferiva a me dicendo
"pumwi", che significa "persona
bianca".
Qualcuno mi ha chiamato "sorella".
Erano molto gentili con me, consapevoli che ero
lì per aiutarli.
Altre persone avrebbero potuto spingere e
imprecare ed essere arrabbiate per tutto il tempo
che ci voleva e per quello che tutti loro avevano
passato.
Ma finora ne avevano passate così tante per anni
e, al contrario, sentivo che mi stavano aiutando
a capire come fare quel lavoro perché ero nuova.
A me e a Nyambé hanno detto di andare a dormire
nel motel vicino. Non mi sembra giusto darmi
questo privilegio, ma sono così stanca. Sono
profondamente grata.
Ci hanno dato delle camere con i ventilatori, ma
il mio non funziona. Fuori dalla finestra sento
la gente parlare e una musica americana molto
oscura degli anni '80. Ho appena visto un grosso
ragno saltatore.
Una volta il letto era rivestito di plastica, ma
ormai è quasi completamente scrostato. Non ci
sono lenzuola sul letto, solo un coprimaterasso.
Non posso fare altro che apprezzare questa
camera. L'uomo che mi ha accompagnato fin qui
sorrideva quando ha aperto la porta e ha detto:
"È bella! Buona!" Poi mi ha mostrato
il bagno e, con un sorriso ancora più grande ha
detto: "Guarda!" E ha tirato l'acqua.
Un momento fa è appena tornato per darmi dei
fiammiferi e una candela.
Non c'è elettricità dall'una di notte alle 4:30
del mattino.
Nyambé è venuta nella mia camera, abbiamo
diviso quel che restava del panino. Faceva troppo
caldo per mangiare così ho tenuto la mia parte
per colazione.
Mercoledì 28
Febbraio
6:17 del mattino.
Siamo di nuovo in fila e quasi pronti per partire
verso Kenema.
Ho dormito male. Faceva così caldo e il rumore
era costante. Continuavo a pensare a quanto di
meglio avevo avuto io dei rifugiati. Pensavo a
come le madri e i bambini potevano sentirsi di
notte. Mi chiedevo perché così pochi bambini
piangessero. Presumo che siano abituati a queste
brutte situazioni, o forse sono troppo stanchi
per piangere.
Questa mattina ho scoperto una grosso taglio da
coltello nella mia porta. Nyambé diceva di
averla notata la notte scorsa quando ha bussato.
Penso alla privacy, ma non me ne importa proprio
niente. È troppo presto e sono felice di essere
di nuovo in strada.
Molte persone dell'UNHCR provengono dai paesi per
i quali stanno lavorando, così sembra che sia (e
molte volte è) la loro stessa gente ad aiutarli.
Comunità e paesi che si aiutano a vicenda.
Anche il Norwegian Refugee Council (Consiglio
Norvegese per i Rifugiati, NRC) era sul posto a
dare il suo supporto.
Finalmente siamo arrivati. Gruppi di persone
trasportate prima in altri viaggi correvano fuori
a vedere se potevano riconoscere un amico o un
familiare. Alcune persone che avevano viaggiato
nei camion gridavano di gioia quando
riconoscevano un amico. A ciascun nucleo
famigliare veniva assegnato un appezzamento di
terra per iniziare a costruire. Poi gli veniva
dato un piccolo sacco di provviste.
I rifugiati hanno bisogno di iniziare dei
progetti che li renderanno indipendenti.
Sarebbe bello fare dei corsi di giardinaggio in
modo che riescano a coltivare il loro stesso
cibo.
Questa nuova area per i rifugiati esiste solo da
poche settimane, e già ci sono molte strutture
di piccole capanne di legno e argilla che sono
state costruite.
In ufficio ho visto quasi sette persone in
attesa, con dei sacchi molto grandi. Alcune donne
erano incinte. Mi è stato detto che queste donne
sono alcune delle centinaia di persone che
provenivano dalla Guinea. Sono venute a piedi, e
hanno bisogno di assistenza medica,
registrazione, e assegnazione di un posto nel
campo.
Siamo all'aeroporto aspettando il volo che ci
riporti indietro. È un edificio piccolo e bianco
circondato dai vicini campi militari.
Le truppe Africane hanno i berretti dell'ONU e la
bandiera sull'uniforme.
Altre truppe Britanniche sono appena arrivate, in
alta uniforme, portando grossi sacchi e armi.
Appena sbarcano dagli elicotteri corrono tutti in
modo ordinato per salire sui camion.
Ci hanno detto che il nostro aereo era già qui,
ma non c'è. Così aspettiamo, cercando di stare
lontani dal sole rovente.
Visto che l'aereo non c'era ancora, chiediamo una
stima dell'arrivo. Un'ora. Volevamo tutti fare
colazione, o almeno prenderci un caffè, così
abbiamo deciso di guidare fino a un caffè
vicino. Era piccolo e sporco ma fantastico.
Uno strano mix di africano e cinese. I menù
erano vecchi e a fatica potevo leggere le parole.
Abbiamo ordinato e iniziato a discutere delle
varie cose di cui ognuno si occupava. Ma non
appena abbiamo iniziato a parlare, due minuti
dopo aver ordinato, abbiamo sentito che l'aereo
era atterrato, e dovevamo correre. Ridevamo.
La linea aerea locale era comprensibilmente in
ritardo a causa di tutta l'attività militare.
Circa dieci di noi si sono ammassati dentro
l'aereo. Era caldo. C'era della musica che non
riesco nemmeno a descrivere. Penso che le parole
fossero in francese. Una volta iniziata non
finiva più.
Quando alla fine eravamo tornati erano quasi le 2
del pomeriggio. Guidando verso l'interno ho
osservato la gente. Adesso ho una migliore
comprensione delle loro battaglie.
Guardo fuori dal finestrino.
Il romanzo del loro coraggio lascia nell'ombra
quel piccolo ragazzino che cerca di sostenere i
galloni d'acqua sulla sua testa. È scalzo. Fa
molto caldo e sono sicura che deve andare
lontano. E molto dopo che io me ne sarò andata,
o come qualcuno potrebbe fare leggendo questo,
lui sarà ancora lì, così come molti altri. È
solo un ragazzino. Ed è ancora tra quelli
fortunati, per ora. Non è nell'esercito. Può
accedere all'acqua. Nessuno gli ha tagliato le
mani o i piedi. E anche se è molto magro, sembra
relativamente in buona salute.
Un fotografo è arrivato in ufficio chiedendo che
cosa sta succedendo nelle varie zone, e come
poteva farsi aiutare o farsi dare informazioni
per entrare nelle aree di maggior conflitto in
questo momento.
È dura perché è difficile accedere alla
maggior parte delle aree. È stato difficile
anche solo procurarsi il cibo per le persone che
ne avevano bisogno qui.
Hanno provato a mettere insieme un percorso con
diversi giri lungo la via dove avrebbe potuto
farsi dare un passaggio. Sta cercando di portare
una maggiore consapevolezza in modo che la gente
possa vedere che cosa sta succedendo e giudicare
da sola come si sente.
Sono sicura che la maggior parte delle fotografie
che scatta sono immagini che molti di noi non
vogliono vedere, eppure dovremmo.
Ha chiesto da dove venivo.
"America".
"Ah! Ho fatto il fotografo da dieci anni. La
stampa americana non compra questo genere di
foto. Altri paesi si".
Questa sera ho in programma una cena con Arnauld
Akodjenou, il rappresentante dell'UNHCR in Sierra
Leone. Cercherà di aiutarmi a capire che cosa
sta succedendo in questo paese, cosa si sta
facendo, cosa bisogna fare, e la politica.
Ho cercato di ripulire i miei stivali dallo
sporco e di trovare dei pantaloni puliti. Ma sono
sicura che capirà. C'è qualcosa di bello nei
miei vestiti così sporchi sapendo perché.
Non mi sento ancora in grado di aiutare davvero,
ma sto iniziando a fare qualcosa. Mi sento molto
bene sapendo che più passa il tempo più sarò
in grado di aiutare.
Mentre stavo andando a cena mi hanno detto che
Mr. Akodjenou sarebbe stato in ritardo. "Ci
sono problemi. La polizia ha avuto sentore di una
dimostrazione per domani".
Sono arrivata a casa sua guidata da un uomo con
una torcia elettrica.
Sulla sua proprietà c'erano anelli di mezzo
metro di filo spinato attorno ai cancelli.
All'interno ogni finestra era bloccata. Vari tipi
di pannelli di gesso o metallo erano stati
utilizzati per non sembrare sbarre.
Più imparo su quest'uomo e sulla gente del posto
e più mi rendo conto dei rischi che corrono.
Evidentemente oggi era la fine dell'attuale
legislatura. Alcune persone vogliono vedere un
cambiamento del governo. Vogliono prenderne il
controllo. Non si sa con certezza chi sarà a
dimostrare, ma ha accennato che probabilmente
sono alcuni del RUF.
L'ultima volta che ci fu una dimostrazione,
novanta persone hanno perso la vita. In quei
giorni, lui era bloccato nel suo ufficio. Credo
che abbia detto dalle 10 del mattino alle 4 del
pomeriggio. E quando l'automezzo era sulla strada
per portarlo finalmente fuori, è stato
dirottato.
Mi ha detto che dopo l'ultima dimostrazione
consigliavano di trasferire l'ufficio. Altre
agenzie dell'ONU avevano lasciato la zona, ma il
loro padrone di casa avrebbe trattenuto 55.000
dollari secondo il contratto d'affitto stipulato.
Non potevano permettersi di andare via, e a loro
non sembrava una cosa così importante come tutte
le altre cose per cui si potevano usare quei
soldi.
Ha espresso il suo apprezzamento verso il
personale, che era così impegnato. Continuano a
lavorare lì malgrado conoscano i pericoli.
Inoltre in questo paese il personale non può
portare la famiglia con se, per il momento. Una
situazione di emergenza che ha richiamato altri
di loro verso quest'area si è verificata proprio
dopo Natale. Molti non hanno più visto le loro
famiglie da tanto tempo.
Domani tutti resteranno al chiuso, chiunque
potrà. Tre persone dovranno farcela ad andare al
molo perché i rifugiati stanno arrivando dalla
Guinea. Si dovranno noleggiare degli autobus. I
camion, essendo dell'ONU, potrebbero diventare
dei bersagli.
Avrei dovuto aiutarli nelle registrazioni, ma mi
è stato chiesto per favore di restare al riparo.
L'Ambasciata americana è uno degli obiettivi.
La Nigeria, gli Stati Uniti, e l'Inghilterra
hanno sostenuto la legislatura precedente e non
vogliono un cambiamento.
Spero di aver afferrato correttamente tutti
questi fatti.
Sono spaventata. So che tutto andrà bene, ma
devo anche ammettere che non sapendo nulla di
queste situazioni, presumo possa capitare di
tutto.
Può sembrare sciocco ma penso che preparerò il
mio zaino prima di addormentarmi, nel caso mi
dovessi svegliare e correre fuori. Una cosa
positiva è che sono esausta, e penso che
riuscirò a dormire.
Inoltre devo partecipare a una riunione domani,
una cena con Joseph Melrose. È l'Ambasciatore
dell'ONU per la Sierra Leone. Incontrerò anche
diverse NGO.
Non sono sicura di cosa capiterà. Proprio non so
che cosa stia succedendo.
Giovedì 1° Marzo
9:30 di Mattina e
nessuna novità.
È arrivato un uomo per cercare di stabilire un
migliore contatto radio.
A colazione non ne abbiamo parlato affatto.
Ci siamo scambiati le fotografie e abbiamo
condiviso le storie delle nostre famiglie.
Ore 10:20. Sembra che non succeda niente. Ma
nessuno lascerà l'ufficio per qualche ora, non
si sa mai.
Forse il fatto che si erano preparati a
difendersi li ha fermati. Evidentemente le truppe
facevano la guardia al quartier generale, a
diversi uffici e ambasciate da stamattina presto.
Dovevo andare in città a prelevare dei soldi
alla Western Union.
Nyambé mi ha fatto salire sulla sua macchina
perché non vedessero 'UNHCR' sul camion da
lavoro. La polizia ci ha fermato e controllato.
Eravamo alla Western Union un quarto d'ora in
anticipo, ma non ci avrebbero mai lasciato
entrare in ufficio. Avevano ordini tassativi. La
maggior parte del personale stava appoggiato ai
muri dall'altra parte della strada.
Nell'ufficio dell'UNHCR abbiamo sentito dire,
dagli uomini che erano stati al molo, che oggi
sono arrivati quasi 485 rifugiati. Resteranno in
un centro di transito fino a domani, e poi
saliranno sul convoglio. Questo volta tornano a
casa.
Abbiamo anche sentito che la dimostrazione
inizierà alle 3 del pomeriggio. Altri dicono che
la polizia stava già impedendo i raduni.
Un'altra voce sostiene che inizieranno a
dimostrare presso l'ambasciata Americana. Ho un
appuntamento là questo pomeriggio.
Abbiamo provato a chiamare per confermare il mio
appuntamento con l'ambasciatore Melrose, ma ci è
stato detto che avevamo un numero sbagliato.
Dev'essere per ragioni di sicurezza, perché
abbiamo controllato e il numero è giusto.
Non ho notato fori di proiettili nei vetri
interni dell'ambasciata. A un certo punto alcuni
stavano per attaccare e loro sono andati tutti
all'interno. Fortunatamente ci sono vari livelli
"interni".
C'era una imponente difesa di massima sicurezza
all'ambasciata USA. Non so perché pensavo che
sarebbe stato come fare una visita a casa. Nel
mio paese. Non mi sentivo affatto così. Sono
stata lasciata fuori mentre Nyambé veniva
interrogata e controllavano la sua identità. Poi
sono stata chiamata dentro. Hanno spazzolato il
mio zaino e hanno messo lo strofinaccio in un
computer, ho dovuto anche camminare attraverso un
metal detector. Una volta dentro, erano tutti
amichevoli.
Abbiamo discusso di come ci fossero 400 mutilati
nel campo che avevo visto, e molti di più nei
campi a Bo e Kenma. La maggioranza di loro si
trova insieme, ma non hanno alcun supporto né
fondi.
Mi è stato detto che ci sono due nuovi mutilati.
Non ce n'era stato nessuno durante l'anno scorso.
Questa cosa si era fermata. Ma verso il Ramadan,
a un bambino di un anno e mezzo e a un altro di
otto anni sono state inferte nuove ferite.
Gli sono state tagliate le mani.
Siamo rimasti seduti in silenzio per un momento.
Poi l'ambasciatore ha detto. "È molto
triste. Ci sono sempre più cose che bisogna
fare".
Più tardi mi sono presentata a una riunione per
vedere come risolvere alcuni problemi del
convoglio per aiutarlo a filar liscio. Con la
mancanza di fondi devono affidarsi ad altri.
Dipendono dalle NGO e da altre agenzie dell'ONU
che possano aiutarli in tempo.
Devono fare aggiustamenti e compromessi. Le vite
di molte persone sono condizionate da ogni
decisione, e tutti loro soffrono ogni volta che
si deve rinunciare a qualcosa.
Il numero di rifugiati che arrivano tutti i
giorni è così grande, 400 al giorno. Possiamo
fare di più? Dove possiamo metterli?
Questi rifugiati condividono già le loro razioni
di cibo. Si sentono così sovraffollati. Non
accolgono i nuovi arrivati. Non è una loro
scelta, ma si scontreranno con i nuovi arrivi,
per il cibo. Sembra una brutta cosa, ma è
sopravvivenza.
Mentre ognuno parla, mi rendo conto della loro
frustrazione e della loro lotta per trovare
soluzioni.
Non c'è un condizionatore d'aria così apriamo
le finestre. Ora tutti devono parlare molto
forte, perché siamo su una strada con molti
camion che ci passano accanto.
Dietro di me c'è un tavolo con quattro
fotografie di operatori dell'UNHCR uccisi
nell'adempimento del loro dovere nel 2000.
Sembrano persone molto gentili. Visi dolci.
Ho avuto una cena meravigliosa con Joseph
Melrose. C'erano anche altri funzionari delle
NGO, la maggior parte di loro lavora per L'UNHCR.
Abbiamo parlato per tutta la serata di vari paesi
e situazioni.
Abbiamo anche cercato umanamente di scambiare due
risate. Non so che cosa dovrei o non dovrei
scrivere al riguardo. C'erano molte opinioni
diverse. Posso scrivere che sentivo come tutti
nella sala fossero molto impegnati a cercare
soluzioni.
Per capire o spiegare il RUF, o come e quando
avrebbero dovuto occuparsene, è molto difficile.
Ognuno sembrava d'accordo sul fatto di non
fidarsi che il RUF avrebbe davvero permesso un
"passaggio sicuro" dalla Guinea alla
Sierra Leone, attraverso il suo territorio.
Chiedevo a me stessa perché i ribelli
l'avrebbero fatto.
Per rubare provviste?
Per prendere ostaggi?
Per farne scudi umani?
Non c'è nient'altro per loro, quindi perché lo
farebbero?
Non c'è risposta.
Ci sono molti fondi per i rifugiati, ma la
maggior parte è assegnata alle aree dove i
progetti sono già ben avviati. Alcuni campi
hanno più di quanto serve mentre altre aree
difficilmente ricevono qualcosa.
Le organizzazioni non hanno il diritto di
trasferire quel denaro.
I mutilati hanno ricevuto molta solidarietà e
l'interesse della stampa. È meraviglioso che la
gente si sia preoccupata e abbia aumentato le
offerte.
Ma adesso che ne so di più, molti dei feriti di
guerra, anche molti dei mutilati, non erano tutte
vittime torturate direttamente dai ribelli. Mi è
stato detto che molti dottori venivano costretti
dai ribelli, con la pistola puntata, a fare
alcune delle amputazioni e mutilazioni. Se non
obbedivano a questi ordini brutali e disumani i
dottori e le loro famiglie sarebbero stati
uccisi.
I campi per i feriti di guerra hanno decisamente
bisogno di più fondi.
Come mi siedo a scrivere, stento a credere che
domani partirò dalla Sierra Leone.
Venerdì 2 Marzo
Sono su un aereo,
sto lasciando Freetown, Sierra Leone, in volo
verso Abidjan, Costa d'Avorio (per una notte).
Non so come mi sento.
Una donna che stava viaggiando con sua figlia mi
ha ringraziato per essere venuta. "È bello
sapere che c'è qualcuno che pensa a noi".
Lavorava con l'UNHCR ed era stata anche in
Guinea.
Volevo ringraziarla per la sua forza. Volevo
ringraziare il suo paese per avermi permesso di
venire qui a conoscere il più possibile questo
posto e la sua gente così straordinaria.
Ma non potevo parlare. Avevo paura di mettermi a
piangere.
Mentre stavo partendo dalla Sierra Leone le
persone dicevano: "Per favore teniamoci in
contatto. Spero che non ti dimenticherai di
noi". Lo dicevano sorridendo,
amichevolmente. Ovviamente non li dimenticherò
mai, ma molta gente lo fa.
Ci sono tanti posti nel mondo che hanno bisogno
di aiuto. Mi ero pure sorpresa nel sentire
parlare dei problemi dell'Etiopia. Avevo
l'impressione che la situazione in quella nazione
fosse migliorata. Pensavo che il peggio fosse
ormai passato perché anni fa da noi sui giornali
c'erano così tante notizie di aiuti provenienti
da tutto il mondo. Era stato raccolto del denaro
e c'era molta consapevolezza riguardo
all'Etiopia, e poi tutto sembrò svanire. Quello
che ricordo a me stessa è che questi problemi
non scompaiono solo perché non ne sentiamo più
parlare. E pensandoci bene, accadono molte più
cose al mondo di quello che ci viene comunicato
dalle notizie in primo piano che sentiamo.
Tutti abbiamo bisogno di osservare più in
profondità e di scoprirle per noi stessi.
Qual'è il problema?
Dove si trova?
In che modo possiamo aiutare per risolverlo?
Appena scendiamo dall'aereo, il pilota ci informa
che è avvenuta un'esplosione a Conakry, la
capitale della Guinea.
Un incidente o un attacco?
Non si sa.
Molta gente sull'aereo era appena venuta da
Conakry. È il posto da dove l'aereo è partito
prima, questa mattina. Erano stati avvertiti che
poteva esserci un attacco.
Improvvisamente tutti quelli di noi che
parlavano, ed erano felici di essere arrivati,
sono rimasti seduti in silenzio. Siamo usciti
dall'aereo molto lentamente.
Ora sono in attesa per il controllo del
passaporto. Molte persone stanno parlando con il
cellulare. Non so che cosa dicono, perché le
loro conversazioni sono in francese, ma è ovvio
che ci sono ragioni di profonda preoccupazione.
Alla fine mi è stato detto che una parte del
deposito di armi e munizioni è saltata in aria.
Non sembra che ci siano persone ferite.
Sono passate alcune ore e sono sola. Mi sento
male. Non so se ho mangiato male o se sto male
io.
Anche se sarò in albergo per questa notte, non
sono ancora stata capace di chiamare casa. Ho
lasciato un messaggio e mi sono ritrovata a
piangere.
Sono molto preoccupata di tutte le cose che ho
visto. E mi rendo conto che se io sono
spaventata, come possono farcela queste donne
coraggiose quando sono costrette a fuggire dalle
loro case a causa della guerra? Alcune di queste
donne non hanno più visto i loro mariti o i loro
bambini da anni. Non riesco a smettere di pensare
a tutti i loro volti.
Mi ricordo anche di quel ragazzo giovane dal viso
dolce che ha un grave danno alla spina dorsale.
Non camminerà mai più.
Mi sto riposando in un hotel, e lui è ancora lì
in un angolo di quel pavimento sporco.
Non ho mai pianto quando stavo in Sierra Leone.
Con tutto quello che vedevo non ho mai pianto.
Questa sera non riesco a smettere di piangere.
Domani vedrò facce nuove. Domani avrò altre
cose da fare.
Non voglio più scrivere. Ho la nausea.
Sabato 3 Marzo
Sono sulla via per
Zurigo, in Svizzera. La mia prossima fermata è
in Tanzania, ma non posso andare in volo dalla
Costa d'Avorio così resterò a Zurigo per un
paio di notti. Ci saranno stati cinque posti di
controllo di sicurezza. Le borse di tutti sono
state ispezionate con le torce elettriche sui
tavoli vicino alla pista. Siamo stati controllati
col metal detector. Mi chiedo che preoccupazioni
per la sicurezza ci siano.
Domenica 4 Marzo
Qui a Zurigo mi
trovo al Dolder Grand Hotel sul lago.
Tutto profuma di arance e vaniglia.
C'è la neve per terra.
Ho visto un ragazzo giovane all'ingresso e ho
pensato al ragazzino africano tutto sporco che
portava i l'acqua sulla testa, sudando, e |